La Donna nel Mediterraneo
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Il velo islamico secondo Giamal al-Banna

L’analisi di Fatima Mernissi viene ulteriormente confermata da un altro pensatore islamico, Giamal al-Banna, che esprime la sua opinione riguardo il problema dell’abbigliamento islamico nel suo libro “La donna musulmana tra l’emancipazione del Corano e la limitazione degli studiosi islamici”, riportata dal quotidiano egiziano “Al-Ahram” in un articolo del 5 giugno 2002.

Lo studioso ricorda che Hidjab> nel senso coranico non vuol dire niqab (il velo che copre anche il viso) o il velo per i capelli, ma una porta o una tenda che copre e nasconde chi è all’interno rispetto a chi si trova all’esterno, ed impone a colui che entra di chiedere il permesso prima di farlo. Ricordiamo che, nel periodo in cui è apparso l’Islam, la maggior parte degli arabi viveva nelle tende che naturalmente non avevano porte.

Dal racconto di ‘Omar Ibn al-Khattab (compagno dell’inviato di Dio), i devoti entravano dal Profeta senza chiedere il permesso, anche quando egli si trovava con le sue spose.

Giamal al-Banna - sostiene l’autore dell’articolo - si riferisce anche alle descrizioni della biografia del Profeta che così raccontano: “Un tale chiamato ‘Ayna Ibn Hasan, si era introdotto nella tenda del Profeta senza chiedergli il permesso, quest’ultimo rimproverandolo, gli chiese: “‘Ayna, dov’ è il permesso?”, la risposta fu che ‘Ayna non aveva mai chiesto permesso in vita sua. Egli era un principe ed il Profeta lo soprannominò lo sciocco”.

L’autore sottolinea ancora che il versetto riguardante lo Hidjab, nell’opinione dei giuristi musulmani, si riferisce solamente alle spose del Profeta.
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