La Donna nel Mediterraneo
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Il corpo femminile nella cultura greca

Nell’antica Grecia la separazione dei ruoli sessuali era molto più marcata che nella nostra società. Si riteneva che gli uomini fossero fisicamente più adatti a confrontarsi con i problemi esterni alla casa, la polis, e le donne con quelli interni all’oikos. Il ruolo femminile nel gestire la casa era riconosciuto come importante ed una donna poteva trarre grande soddisfazione e rispetto dallo svolgere bene i suoi compiti; tuttavia ella era considerata assolutamente inferiore e sottomessa al marito, perché incapace, sia mentalmente che fisicamente, di svolgere i compiti tipicamente maschili. Anche le teorie scientifiche cercarono di giustificare questa netta separazione dei sessi, e la subordinazione della donna all’uomo. Infatti le teorie greche sull’anatomia e sulla fisiologia del corpo femminile furono condizionate dagli assunti culturali relativi alla natura femminile: spesso il ciclo mestruale, l’utero, il seno e la debolezza del corpo della donna furono usati per definire la natura fisica femminile come differente e inferiore rispetto a quella maschile. Aristotele, ad esempio, a proposito del dibattito sul ruolo femminile nella procreazione, afferma che la donna è sì indispensabile alla riproduzione, ma che ella conferisce al nascituro la “materia”, con cui si identifica, mentre l’uomo, che è “forma e spirito”, nella riproduzione è l’elemento attivo che “trasforma”, attraverso lo sperma, la materia femminile. Quindi la passività della donna nella riproduzione consente ad Aristotele di giustificare anche la sua subalternità sociale e giuridica. Inoltre la donna-materia, come gli schiavi ed i ragazzi, non riesce a gestire la sua parte razionale, è un essere irrazionale e per questo pericoloso, che necessita di essere guidato e comandato (cfr. Aristot., Pol. I 5, 1254b; I 12, 1259b; I 13, 1260a).

Nel corpus ippocratico di ginecologia il corpo femminile e le relative malattie sono analizzate ed esposte in relazione all’arco non solo biologico ma anche sociale dell’esser donna: dalla verginità al matrimonio alla vedovanza. La sessualità femminile è presente esclusivamente come attività e finalità riproduttiva. In Malattie delle donne, l’opera più importante del corpus, viene isolata una sola funzione del corpo femminile, quella riproduttiva, e viene analizzata una sola figura di donna: la donna-madre. Quindi due sono le specie di donne: le piene e le vuote, le feconde e le sterili, le madri e le vergini, le spose e le vedove. Questa visione del corpo femminile è espressa nella tradizione letteraria greca attraverso una serie di metafore che lo associano, di volta in volta, alla terra, al solco, al forno.
Il corpo della donna è assimilato alla terra mediante un legame metaforico tra il campo e gli organi sessuali femminili; tuttavia questa metafora non è statica, ma varia attraverso i secoli a seconda delle esigenze culturali e storiche della polis e degli uomini, i “teorici” di questa elaborazione. Se, infatti, in origine la donna è concepita come terra che viene “seminata” dall’uomo, ma mantiene una sua autonomia perché è capace di produrre e di conservare dentro di sé le ricchezze, i fiori, i corpi umani, successivamente, a partire dal V secolo a.C., essa diviene campo segnato, tagliato, arato da colui che lo coltiva. La donna-terra è proprietà del marito, ma è anche lo spazio in cui lui fatica, rompendo, aprendo, coltivando, il luogo dove si producono i suoi eredi. Quindi la metafora del campo diventa progressivamente la metafora del solco: la terra non è più un essere autonomo, ma è vista come passiva, in attesa di essere coltivata dall’uomo. Emblematica a questo riguardo è l’Orestea di Eschilo: infatti assistiamo al superamento della metafora antica del “campo fertile”.
Nelle Eumenidi (vv. 658-666) Apollo afferma chiaramente che il corpo femminile non è la fonte della vita, ma piuttosto un ricettacolo, un recipiente temporaneo per il seme del padre, e contrappone ai miti antichi Atena, la dea mascolina, nata dalla testa del padre che incarna il logos, la nuova legge, che regola la vita della città. Anche Sofocle riprende più volte la metafora del solco: nelle Trachinie (vv. 31 ss.) Deianira lamenta la lunga assenza del marito e ricorre alla metafora del campo per indicare il coito legale maritale, destinato alla procreazione. Nell’Edipo re (vv. 1207-1212; 1255 ss.) la metafora è usata insistentemente a proposito del rapporto incestuoso tra il protagonista e la madre.
In Euripide, infine, la metafora ritorna (cfr. Fenicie 17, 22) completamente svuotata del suo significato originario, come una semplice citazione delle tragedie di Eschilo e Sofocle: il tragediografo, infatti, recupera le metafore tradizionali per estraniarle, probabilmente influenzato dalla forte crisi sociale e politica seguita alla guerra del Peloponneso, in cui l’Attica, la terra per antonomasia, era stata conquistata e devastata. Usuale nel pensiero greco è anche l’analogia tra l’utero e il forno, che collega i processi di riproduzione delle piante e l’immaginario agricolo con il lavoro dell’artigiano e del cuoco, rimarcando la passività della donna. Questa immagine è presente spesso in Aristofane che si serve frequentemente della metafora del cuocere per alludere al rapporto sessuale, indicando l’organo sessuale femminile come un forno (cfr. Pace 891 ss.; Vespe 1374).
Le tre metafore - della terra del solco e del forno - sono in stretta correlazione tra loro, anzi rappresentano l’evoluzione storica e culturale della medesima visione del corpo femminile, che nel passaggio dall’età arcaica a quella classica, per esigenze legate alla sopravvivenza stessa della polis, viene sempre più subordinato all’uomo ed alla funzione riproduttiva. Il corpo femminile è visto esclusivamente come l’ospite del seme maschile, mentre il “proprietario” dei figli è solo il padre, dal momento che essi venivano generati unicamente per perpetuare il suo casato. In quest’ottica si può comprendere anche la scelta di Medea di uccidere i propri figli: essi sono uno ktema, un bene di Giasone, appartengono a lui, non alla madre: privare un padre della propria discendenza era nell’Atene del V secolo a.C. il modo più atroce per vendicarsi del tradimento subito. Sempre in virtù di questo paradigma sociale il corpo della donna e il suo comportamento sessuale erano regolati da leggi ben precise: infatti il tutore di una donna nubile, colta in flagrante durante un rapporto sessuale, aveva il diritto di venderla come schiava e l’adulterio era considerato un’ingiuria alla collettività, perché poteva introdurre un bambino senza alcun legame di parentela col marito nella casa di questi e negli elenchi dei cittadini. La legge ateniese, poi, regolava anche l’attività sessuale di una donna, prescrivendo che il marito di un’ereditiera avesse con lei rapporti sessuali almeno tre volte al mese per assicurarsi così la procreazione di un erede. In conclusione possiamo affermare che il corpo di una donna greca era “gestito” in toto dallo Stato, era considerato una proprietà del marito ed aveva la sola funzione di “ospitare” il seme maschile per generare figli che però non le appartenevano. Le parole di Medea (Eur., Med. 230-251) sono a questo proposito molto indicative.


Bibliografia
  • Eva Cantarella, L'ambiguo malanno, Roma 1981.
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  • P. Manuli, Fisiologia e patologia del femminile negli scritti ippocratici dell'antica ginecologia greca, in Hippocratica: Actes du Colloque hippocratique de Paris (4-9 septembre 1978). Colloques internationaux du Centre National de la Recherche Scientifique, ed. by M. GRMEK, Paris 1980, pp.393-408.
  • Sarah B. Pomeroy, Donne in Atene e a Roma, Torino 1978.


Fabiana Esposito
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