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Nelle università del Marocco: sì al jeans scolorito, no alla tabliyah
Tratto dal sito Islam on line

Adil Iqlì, Islam on line - 30/10/2002

Fino a qualche anno fa parlare di moda era considerato disdicevole e se qualche volta lo si faceva era solo per criticarla duramente o per ridicolizzarla. Oggi, nell'era della globalizzazione, il fenomeno della moda ha cominciato ad imporsi con insistenza. Considerando le università marocchine i principali luoghi di incontro dei giovani, in cui si avvertono per entrambi i sessi diversità notevoli nel modo di vestire, alcuni inviati della nostra rete, "islamonline.net", desiderosi di avvicinarsi a questa realtà, sono andati in Marocco ad esaminare il caso e ad intervistare gli studenti tra le mura delle università.

L'abbigliamento segue la musica appropriata
Molte sono le motivazioni che spingono uno studente universitario a scegliere un certo tipo d'abbigliamento. La studentessa Fadwà (primo anno, francesistica) dice: "Per essere carina indosso quello che piace a me, senza seguire la moda, perché è semplicemente indecorosa". E aggiunge Nadiah (primo anno, letteratura araba): "E' la mia personalità a determinare il mio modo di vestire, niente e nessuno può interferire nella mia vita personale. Poi, sono una studentessa e se mi vesto in un certo modo non è per mettermi in mostra per strada ma perché desidero essere di bell'aspetto e accettata da tutti". Stando a quanto affermano Omar e Ibrahim (primo anno, lingua francese) sono l'altezza, la carnagione e il tipo di pelle a determinare la scelta del capo d'abbigliamento appropriato, mentre il suo colore deve ispirarsi alle atmosfere dei diversi generi musicali, come quello reiki, hard, ecc.". Sempre nel contesto della nostra indagine, abbiamo fermato una studentessa velata Fadwà (primo anno, lingua inglese) e quando le abbiamo chiesto da cosa deriva il suo abbigliamento ha spiegato: "Preferisco indossare il jeans con lo hijab perché mi piace". Poi è intervenuta nel discorso la sua amica Fatima Haggi (quarto anno letteratura francese) dicendo: "L'abbigliamento deve essere pudico e velato anche se alla moda. In realtà l'abbigliamento di alcune ragazze è diventato veramente scandaloso, provoca gli uomini, e questo non si addice a una studentessa, che deve essere prudente e rispettabile".

Naima Samih e Bob Marley sono i modelli imitati
Abbiamo parlato con un gruppo di studenti nell'atrio della facoltà di Lettere e Scienze Umane dell'università Ibn Tofail di Kenitra e alla domanda: "Hai un modello di riferimento nella scelta del tuo modo di vestire?" Imàn (primo anno, letteratura francese) ha risposto: "Io mi ispiro molto alla cantante marocchina Naima Samih, lei non appare vestita come le altre, indossa per lo più l'abito tradizionale marocchino che è rispettabile. E le sue amiche Miriam e Anbà (primo anno, letteratura inglese) hanno aggiunto: "Noi ragazze non ci vestiamo più come le nostre nonne, ma ci vestiamo secondo la nostra epoca, a ciascuno il suo tempo. Ora noi studentesse abbiamo adottato mode nuove come quella del jeans scolorito, o come diciamo in dialetto marocchino: jeans "mahrudh", che in realtà è l'evoluzione di una vecchia moda degli anni sessanta e settanta. A quell'epoca tra le ragazze si era diffusa l'abitudine di spruzzare sul jeans della candeggina, per dargli un aspetto originale. Oggi, con lo sviluppo della produzione industriale, molte vecchie mode sono ritornate in voga, riadattate ai gusti moderni. I proprietari dei punti vendita, prima di importarne un tipo particolare, mettono dei modelli in esposizione, fino a quando la gente non li accoglie e assale i mercati".
Dice Saìd (secondo anno, letteratura araba): "Le canzoni provocatorie di Bob Marley, specialmente quelle politiche, mi fanno vivere in perfetta simbiosi con lui. Cerco di imitarlo in ogni cosa, perfino nel suo modo di vestire. Il suo stile ha un fascino non convenzionale che può apprezzare solo chi penetra profondamente nel significato dei testi di questo straordinario cantante". Così mentre alcuni studenti vestono imitando chi li affascina per la loro arte e il loro comportamento, altri seguono il desiderio e l'inclinazione personale, come spiega la studentessa Imàn al-Arùsi (primo anno, studi islamici): "Il mio look non si rifà a nessun modello in particolare, solo alla soddisfazione e al desiderio personale. I vestiti moderni che vengono esposti attualmente nei mercati e nei centri commerciali non ci piacciono, non rispecchiano quello che viviamo; noi dobbiamo proteggere la particolarità del nostro paese". E aggiunge la sua collega Patrice Munà, dello stesso corso di studi: "Noi studenti del corso di studi islamici cerchiamo di vestirci in modo decoroso, ma se io non fossi velata e mi piacesse un particolare tipo di vestito non cercherei di imitare nessuno, mi vestirei oggi in un modo e domani in un altro".

Studentesse che amavano la tabliyah
Quella che oggi è una studentessa universitaria un tempo era l'allieva di una scuola superiore in cui vigevano regole rigide. Tra queste c'era l'obbligo di indossare la tannurah (o, come si dice in dialetto, la tabliyah) cioè un vestito intero, senza il quale nessuna poteva entrare nell'istituto. A volte quelle che non l'indossavano venivano fatte uscire dalla classe fino a che veniva il loro tutore o chi ne fa le veci.
Noi credevamo che una volta entrate all'università le studentesse si sentissero liberate da questo "giogo", e invece abbiamo scoperto che avviene esattamente il contrario. Fatima al-Zahrà (primo anno, storia e geografia) ne sente la mancanza e dice: "La tabliyah per me non era un "giogo", avrei voluto indossarla anche all'università perché era una cosa bella della nostra vita scolastica con la quale ci distinguevamo dalle altre". A questo proposito Ihsàn (primo anno, lingua araba) aggiunge: "Il vestito intero distingue l'allieva dalla "ragazza di strada", all'epoca non la consideravamo una restrizione, perché sapevamo che nessun malintenzionato poteva aggredire le ragazze oneste e le studentesse, che si distinguevano grazie a questo vestito rispettabile; da quando non lo indosso più mi sento quasi nuda".
Spesso è proprio l'assenza di questa uniforme delle scuole superiori che induce le ragazze a vestirsi con abiti moderni, come ha dichiarato Nadiah (primo anno, lettere moderne): "Mi piaceva quell'abbigliamento modesto che mi proteggeva. Senza di lui sono obbligata a vestirmi con giacca e pantaloni".
E se la maggior parte delle studentesse sembra amare la tabliyah, Omar, Said e Ibrahim, studenti della facoltà di Lettere, hanno criticato quello che alcune ragazze hanno detto del vestito intero, affermando: "Indossavano la tabliyah solo quando entravano nell'istituto e quando uscivano dalla porta principale se ne sbarazzavano come se si liberassero di un peso, noi crediamo che le allieve non l'accettassero volentieri perché si lasciavano influenzare facilmente dalle novità della moda che guardavano in tv e rifiutavano la tabliyah perchè non mette in risalto l'aspetto esteriore".

Differenze che suscitano delle domande
In assenza di un abito intero e di scrupolose regole morali, nelle università si assiste a una grande varietà di mode. Abbiamo rivolto alcune domande riguardo le cause di queste differenze e gli effetti dell'abbigliamento sugli altri.
Secondo una studentessa non velata, Ilhàm al-Sharqi (primo anno, lingua e letteratura francese) le diverse mode nelle università sono dovute in primo luogo all'educazione: "La mentalità di una ragazza dipende dal tipo di educazione con cui è cresciuta. Io preferirei che una ragazza non indossasse affatto il velo se normalmente si vestisse con abiti stretti o succinti velandosi solo durante la preghiera o il Ramadan, perché questo significherebbe giocare con la religione".
La studentessa Fatima aggiunge: "La donna non può vestirsi allo stesso modo per tutte le occasioni, perché oggigiorno svolge molte attività che le offrono diverse opportunità, così quando va a fare shopping non può vestirsi come quando va a lavoro o a seguire dei corsi. Ad ogni modo credo che l'abbigliamento di una ragazza non dipenda dalla sua fiducia in se stessa ma soltanto delle sue possibilità materiali".
A suggellare questa intervista, abbiamo interpellato il professore Mustafà al-Hasìni, docente ricercatore di sociologia, secondo il quale "la società marocchina ha ereditato dal vecchio concetto di tribù la sua caratteristica principale, cioè l'ostentazione della propria nobiltà d'origine, del proprio prestigio. Ma se come struttura organizzativa il sistema tribale è stato superato, a livello culturale continua ancora a manifestarsi, in quanto la gente tuttora cerca di mettere in mostra la propria posizione sociale attraverso la moda."
Aggiunge inoltre il professore: "Inizialmente chi vestiva bene godeva di un considerevole prestigio sociale e veniva accettato e favorito dalla popolazione. Oggi non è più così perché, una volta che è stata assicurata a tutti una posizione sociale, il punto di vista delle persone è cambiato. Lo stesso vale per le relazioni tra gli studenti universitari. Per quanto riguarda il potere d'influenza della moda, il professor al-Hasìni dice: "E' noto che la comunicazione può avvenire sia attraverso l'oralità che attraverso la scrittura, ma non tutti sanno che il 70% o addirittura il 90% della comunicazione è basata sui segni. E uno degli strumenti più sofisticati della cosiddetta verbal communication è proprio l'abbigliamento, capace di trasmettere agli altri molti messaggi".

Traduzione di Lidia Verdoliva
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