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Esclusioni invisibili
di Pierre Tévanian

Les mots sont importants – Gennaio 2005

Quando a settembre 2004 c’è il rientro scolastico, la legge che vieta il velo a scuola è ormai approvata, centinaia di alunne che portano un foulard ne prendono atto, e molte tra loro sperano di poter continuare a frequentare la scuola pubblica con il capo coperto – o conservando almeno una bandana, teoricamente tollerata, ma interdetta di fatto in molti edifici. È quindi evidente che ci saranno delle esclusioni. Inoltre, nei primi giorni di settembre 2004, in una situazione particolare come il rapimento di ostaggi da parte di un misterioso gruppo islamico che esige il ritiro della legge sul velo, i grandi media decretano all’unisono che il rientro scolastico “procede piuttosto bene”.
In realtà, nessun elemento d’informazione permette di affermarlo: sono in corso decine di litigi, con alunne che rifiutano di togliere il proprio foulard, e niente permette di sapere come queste liti andranno a finire. D’altro canto, niente permette di sapere quante ragazze hanno volutamente lasciato la scuola non presentandosi in classe. Infine, niente permette di dire che le numerose alunne che hanno accettato di scoprirsi completamente il capo si sentano “piuttosto bene”. In effetti, tutte queste questioni non sono minimamente sollevate dai grandi media.
Poi, quando alla fine del mese di ottobre 2004 hanno luogo i “consigli di disciplina” e le esclusioni – il ministero ne conterà 48 nel mese di gennaio 2005, alle quali bisogna aggiungere più di sessanta rinunce senza il “consiglio di disciplina” –, la copertura mediatica è minima: solo le prime esclusioni vengono menzionate, in modo sbrigativo, dalle reti televisive e dalle stazioni radiofoniche. Quanto alla stampa, ad eccezione del giornale Le Monde, non c’è nessun titolo dedicato alle esclusioni, mentre l’anno prima erano state dedicate molte pagine al “problema del velo”. Ci sono alcuni reportage scritti per le primissime esclusioni, mentre le successive hanno solo diritto a comunicati AFP o Reuters di poche righe.
Così, 48 esclusioni definitive e una sessantina di rinunce forzate che colpiscono adolescenti appartenenti, nella maggior parte dei casi, a classi popolari, per i quali la scuola è l’unica possibilità di ascesa sociale e di emancipazione, non provocano nessun “rumore mediatico”; la presenza di qualche alunna con il foulard, che in dieci anni aveva suscitato solo una decina di piccoli disagi e che creava sempre meno problemi, è stata oggetto tra il marzo 2003 e il marzo 2004 di un “bombardamento” mediatico assordante.
Le cose sono quindi chiare: se ci si riferisce al numero di articoli, di Prime, di righe stampate o di ore di trasmissioni radio o televisive, i grandi media ci dicono che la presenza di alunni che portano un foulard in una scuola media o superiore è un problema molto grave, mentre più di 100 abbandoni degli studi causati dall’indossare un foulard appaiono come un aneddoto senza gravità.
L’esempio più significativo dell’incapacità dei grandi media d’interessarsi alle ragazze “velate”, ivi compresi i casi in cui sono vittime di esclusioni definitive, è il reportage realizzato da Nabila Taburi per le “20 ore” di France 2 in occasione della primissima esclusione, quella di un’alunna di Mulhouse, il 19 ottobre 2004. Quel reportage, che illustrava una delle rare esclusioni annunciate da un telegiornale, è così particolare che non ci dice niente circa i sentimenti dell’alunna esclusa – di cui non si vede neanche il viso – né dei sentimenti dei suoi compagni, né dei suoi genitori, né dei suoi professori, né della direzione scolastica, né delle autorità accademiche… E poi…: il reportage ha la particolarità di non essere stato realizzato a Mulhouse in occasione dell’esclusione, ma a Raincy, in Seine Saint Denis, in una scuola privata sotto contratto! E non tratta dell’esclusione che ha appena avuto luogo, e che è la ragione stessa della presenza del servizio al telegiornale, ma di un insegnante che ha deciso di invitare i suoi alunni a presentare la propria religione ai propri compagni di classe! La scelta di “parlare anche di ciò che funziona nelle scuole” sicuramente non è criticabile in se stessa; ciò che invece sembra pura propaganda, cosciente o non, è la scelta di parlarne in modo così particolare, in questo momento particolare, e di parlarne in senso stretto al posto di un’esclusione che ha appena avuto luogo, e per non parlare di quell’esclusione.
Questo esempio corrisponde precisamente a ciò che Serge Daney chiamava “la visuale”. Egli definiva così un particolare tipo d’immagine: quella che è prodotta non con lo scopo di mostrare una realtà, che essa fosse, sotto un certo punto di vista, parziale o imparziale, ma con quello di dissimulare doppiamente: da un lato dissimulando la realtà stessa, dall’altro dissimulando la dissimulazione. In altre parole, la visuale è l’immagine che appare al posto di un’altra, che serve a dissipare l’imbarazzo che produrrebbe sia la prima immagine, sia la sua pura e semplice assenza.
E’ proprio questo il ruolo assolto dal reportage di Nabila Taburi: le immagini legate alla realtà dell’esclusione sarebbero state troppo sconcertanti, avrebbero potuto suscitare nei telespettatori rimorsi o dubbi sui fondamenti della logica proibizionista (perché guardando in carne ed ossa l’alunna esclusa, ascoltando la sua sofferenza e la sua collera, quelle dei suoi genitori, dei suoi compagni di classe, poi le giustificazioni imbarazzate degli insegnanti e le grandi dichiarazioni del Rettore, il pubblico avrebbe potuto, per la prima volta dopo mesi, essere colpito più dalla compassione che dalla fobia, e vedere il “problema” sotto un altro aspetto); in quanto all’altra opzione possibile, il semplice annuncio dell’esclusione, senza immagini capaci di accompagnare, commentare e dare senso alla “notizia”, probabilmente sarebbe stata ricevuta anch’essa in modo troppo violento, e avrebbe potuto far nascere una sorta di malessere nei confronti di una legge che deve “proteggere” e di un rientro scolastico che deve “procedere bene”. La “visuale” scelta da France 2 è quindi una terza strada, che obbedisce alla legge del tipo: ciò che è offerto allo spettatore non è l’immagine della dura realtà, né l’assenza, anch’essa troppo dura, di quell’immagine, ma un’altra immagine che offre uno spettacolo confortante: al posto di una scuola che esclude un’alunna o di una televisione che rifiuta di mostrarlo, ci danno una scuola che sa organizzare “il dialogo tra le culture” nella serenità, la gioia e il buon umore.
Come, di fronte a simili prodotti audiovisivi, si può ancora parlare di informazione, e si può esitare a parlare di propaganda?

Pierre Tévanian
(Traduzione di Francesca Auriemma e Fabio Boscaino)



La circolare del 22 maggio 2004, redatta dal ministro François Fillon che fissa le condizioni d’applicazione della nuova legge, designa come “ostensibili” i segni o gli abiti la cui vista sia sufficiente a identificare un’appartenenza religiosa. Essa esclude quindi dal campo di applicazione della legge le bandane, che sono indossate sia da alunni di religione musulmana che da quelli “non-musulmani”. Ciò non ha però impedito l’esclusione di alunne che avevano sostituito il proprio “velo” con una bandana: La maggior parte delle scuole hanno seguito le istruzioni ufficiose degli Ispettori accademici che hanno raccomandato di inserire nei regolamenti interni, in aggiunta alla nuova legge, un divieto ad “ogni tipo di copricapo”.

Il 24 agosto 2004, alla vigilia del rientro a scuola, due giornalisti francesi e il loro autista iracheno sono presi in ostaggio dall’”Armata islamica d’Iraq”, un gruppo sconosciuto da tutte le forze d’opposizione irachene, che minaccia di ucciderli se la legge che vieta di portare il velo non è abrogata entro otto giorni. La minaccia non sarà mai eseguita, l’iniziale rivendicazione sarà presto dimenticata e gli ostaggi finiranno per essere liberati il 21 dicembre 2004; ma quel rapimento peserà sul dibattito pubblico, rinforzando, se fosse necessario, il clima di unione sacra che regnava al rientro scolastico 2004 attorno alla legge sul velo. Continuare a opporsi alla legge era non solo sfidare una “legge della Repubblica”, votata alla quasi-unanimità dai “rappresentanti del popolo francese”, ma anche diventare un “alleato oggettivo” dei rapitori.

Il lavoro di informazione sulle esclusioni, le rinunce forzate “senza Consiglio di disciplina”, e le umiliazioni vissute da coloro che hanno rinunciato al proprio foulard, è realizzato dal Collectif Une école pour tou-te-s/Contre les lois d’exclusion. Le testimonianze raccolte saranno materia per un “libro di denuncia”.
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