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Non emancipate per forza le donne
Libération - 01/10/2003

Il problema del velo islamico nelle scuole torna alla ribalta. Molteplici voci si innalzano per chiedere semplicemente il suo divieto. Al liceo di Aubervilliers, Alma e Lila sono state temporaneamente sospese perché non volevano smettere di coprire i propri capelli. Tale provvedimento è illegale sia per la giurisprudenza del Consiglio di Stato che per la Carta europea dei diritti dell’uomo.
Riepiloghiamo i fatti: Alma e Lila hanno deciso liberamente di portare il velo islamico contro la volontà del proprio padre. In classe, invece, hanno accettato di togliere l’hijab pur continuando a coprire discretamente il capo. A settembre, alla ripresa delle attività scolastiche, sono state temporaneamente sospese per essere sottoposte al giudizio del consiglio disciplinare anche se non presentano particolari problemi di natura pedagogica, non fanno proseliti e non hanno un comportamento scorretto. Insieme ad alcuni docenti, l’amministrazione è ricorsa di frequente a strane manovre per vietare alle alunne l’accesso ad alcuni corsi per poi accusarle di assenteismo. Il provvedimento del liceo è scandaloso sul piano dei principi ed è praticamente assurdo.
La libertà religiosa rappresenta una conquista fondamentale delle società occidentali. Conquista che implica il diritto di manifestare pubblicamente la propria fede, luoghi pubblici inclusi. Conquista che ha ampio spazio nei programmi di storia e di educazione civica. È vero, però, che un diritto può essere legittimamente limitato da altri principi. Nel caso specifico, la laicità imporrebbe una rigida interdizione al velo. Ma quest’argomentazione non regge: oggi la laicità deve essere interpretata come una posizione di neutralità da parte dello Stato nei confronti delle diverse religioni, e non come una morale che si pone in conflitto con esse. D’altro canto, la laicità è invocata in modo fortemente unilaterale: non è stato mai sospeso un alunno con la croce o la kippa e, in ogni caso, anche i fautori del divieto del velo non si scandalizzano per il fatto che Natale, Pasqua o l’Ascensione siano giorni festivi. Il fondamentalismo laico nasconde in fondo un autentico corporativismo di Stato.
Bisognerebbe quindi opporsi al velo in nome dell’uguaglianza uomo/donna? Questa è una forte argomentazione (mai però evocata sul piano giuridico). In alcuni paesi, il velo non è il simbolo di un assetto patriarcale e autoritario? Non induce le donne al pudore? Alcuni pensano che sia sempre simbolo d’ineguaglianza. Altri sostengono che non dovrebbe essere ridotto, indistintamente dal tempo e dal luogo, a un simbolo d’oppressione, e che le ragioni che spingono una ragazza a portarlo in un paese occidentale possono essere estremamente disparate. È ciò che sottolineano tutte le inchieste sociologiche e che la Corte costituzionale tedesca ha appena ricordato.
Ad ogni modo, ci sono ben altri simboli che esprimono ineguaglianza tra uomini e donne, come dimostrano le mode e l’ “abbigliamento” nelle pubblicità. Nel contesto francese, violare un diritto così fondamentale come la libertà religiosa delle giovani cercando autoritariamente di emanciparle in nome dell’uguaglianza uomo/donna, non è plausibile. Come diceva John Stuart Mill, imporre agli altri un comportamento distante dai propri costumi, e in nome del proprio bene, è troppo rischioso.

I. Jami, A. Perriaux, Y. Sintomer e G. Wasserman
(Traduzione di Francesca Auriemma e Fabio Boscaino)
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