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Da "La Repubblica" del 9 gennaio 2004

Su una popolazione femminile di undici milioni sono le sole a sfidare la regola islamica

Yemen, le undici donne senza velo
Storia della leader di un gruppo di undici giovani che osano sfidare la morale comune

Nello Yemen vivono circa 11 milioni di donne. Una su un milione si aggira senza la copertura integrale del niqab (indossato dal 99 per cento) né quella parziale del chador. Sparse tra San'a, Aden e Taizz (una sola), le undici si conoscono per nome, si tengono in contatto e aggiornano l'elenco. Questa è la storia della prima di loro, Amal Basha, che amava il cinema, la libertà e l'unico marito che ha potuto scegliere. La racconta nella sede dell'Associazione «Sister Arabic Forum». Alle sue spalle un poster mostra quattro donne che depongono la scheda nell'urna: la prima è a capo scoperto e in bianco, il resto della fila è nera e senza volto. Il tavolo a cui siede ha per tovaglia una "futa", il gonnellino colorato indossato dagli uomini. Il racconto è spesso interrotto dall'arrivo di due collaboratrici che le portano fax e documenti, entrambe sono velate. Amal nacque a Taizz, quando ancora non era una città moderna, ma un grande villaggio rurale. La sua famiglia discendeva direttamente dall'imam che aveva governato il paese, possedeva terre, esigeva rispetto. Quando le donne del clan uscivano, anche le guardie al portone si coprivano il volto con un pezzo di stoffa: anche i contorni delle femmine dei loro padroni dovevano restare un assoluto mistero. Il padre di Amal era un uomo erudito: il suo studio era pieno di libri. Anche la madre ne aveva letti, imparando a memoria le storie che contenevano. Le ripeteva alle amiche, nei lunghi pomeriggi passati insieme a masticare le foglie del qat, la blanda droga nazionale. Amal ascoltava e sognava di diventare un giorno scrittrice. Aveva 7 anni quando il padre le comunicò che sarebbe diventata, invece, la moglie del figlio di un suo amico. Lei conosceva quel ragazzo: aveva cinque anni in più, si erano parlati, avevano giocato insieme, ma l'idea di sposarlo di lì a qualche anno la spaventò. Per reazione marinò la scuola e andò al cinema. Al ritorno confessò tutto («Non avevo ancora imparato a mentire, allora»).
Il padre la picchiò e la chiuse nel bagno, una stanza fredda e buia. Uno zio "illuminato" le mandò una cugina a farle compagnia per qualche ora. La notte il padre pentito riaprì la porta e l'abbracciò piangendo. Il giorno dopo le annunciò: «Metterai il chador». Aveva 8 anni. La sua strada era segnata.
A 9 divenne ancora più oscura: il padre morì e la nonna le impose il niqab. L'onda della rivoluzione komeinista arrivava allo Yemen e ne contagiava i costumi. « Ma sotto quella cappa nera non riuscivo a respirare, avevo caldo, non vedevo bene. Ero sempre più arrabbiata perché la mia vita non era la mia vita. Non decidevo niente, eppure mi criticavano.
Ormai era una sfida, alzai la posta». Rifiutò, a 12 anni, di sposare il marito che le era stato assegnato. Lo disse davanti a un giudice, in pubblico. Diede scandalo e non fu l'ultima volta. A 13 anni la famiglia si riunì per discutere il caso di quella ragazza ribelle che preferiva lo studio alla cucina e non voleva più coprirsi il volto. Lo zio "illuminato" la difese:«Così la state uccidendo». Ma era l'unico. Amal capì che avrebbe perso la causa e decise di mettere i suoi davanti al fatto compiuto. Si scoprì il volto (ma non i capelli) e uscì, camminando per ore, andando in ogni strada della città, perché tutti la vedessero, rendendo inutile il ritorno al niqab. La vendetta di famiglia arrivò tre anni dopo con un altro, irrinunciabile matrimonio combinato. A 16 anni, Amal era moglie, nove mesi esatti più tardi madre, a 17 divorziata.
Per tenere il figlio restituì tutta la dote con gli interessi: fece vendere anche parte delle terre in cambio del bambino. A 18 anni era su un aereo per il Cairo, sola, diretta all'Università americana, per laurearsi in Scienze politiche. Trovò un ambiente più aperto e cosmopolita. Entrò a far parte, unica donna, del movimento studentesco yemenita. Scoprì la libera espressione e la protesta. Quando tornò a Sana'a la polizia l'attendeva alla scaletta dell'aereo per interrogarla.
Fece il concorso diplomatico, ma fu tagliata fuori perché «inaffidabile». Trovò lavoro in un ministero e poi all'ONU, sposò per, amore, Ahmed Tarboush, ideologo di un partito di opposizione e giornalista. Ebbero due figli. Una sera del '98 lui tornò da una sessione di masticazione del qat e dopo 15 minuti morì. Il volto aveva macchie nere, ma lei non chiese l'autopsia nonostante i sospetti di avvelenamento. «Ero troppo scioccata.
E oggi penso che avrebbero potuto comunque dare gli esiti che volevano». Prese i tre figli e andò in Inghilterra per un master. Al ritorno si presentò con il capo scoperto, lasciò l'ultimo chador sull'aereo. All'epoca nessuna donna dello Yemen aveva fatto altrettanto, con l'eccezione di due leggende che avrebbero gestito un caffè sulla strada del Mar Rosso chiamato "Le ragazze". Si narrava, su quel locale, ogni genere di storia. Lo racconta Eric Hansen nel libro "In viaggio con Mohamed", ma neppure lui vide "Le ragazze". Dopo Amal vennero le altre dieci: Raya è bioda e si trucca, Thaira lavora all'Unicef, Suad "la pescatrice" lavora al Ministero della pesca, Bahira fa parte del club anche se porta il velo part-time. Amal è apparsa a capo scoperto e vestita di rosso su Al Jazeera. Tutti gli yemeniti che l'hanno vista hanno apprezzato le sue parole. Qualcuno le ha detto: «Saresti perfetta se avessi anche il velo». Lei non chiede alle altre di toglierlo, perché ne fa una questione di libertà. È convinta che le undici diventeranno presto molte di più, ma sa anche che ci sono donne che stanno meglio così. L'importante è poter scegliere. Ieri ha inaugurato una conferenza internazionale. Dopo di lei ha parlato, velata, la donna ministro per i Diritti umani. Tra il pubblico, molte in niqab hanno applaudito.



Gabriele Romagnoli
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