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16 maggio 2003


LA VITA DEGLI ALTRI
di MAGDI ALLAM
Le musulmane francesi
"Perché porto il hijab"

"Ho indossato il hijab, il velo islamico, solo un anno fa. Sono rimasta colpita dai consigli di una parente arrivata dal Marocco. Dopo averlo indossato ho scoperto di essere cambiata molto. Ora evito i comportamenti deviati a cui ero abituata in precedenza. Ero ancora piccola e tendevo a imitare l'atteggiamento delle mie coetanee francesi". Zohra, un'adolescente francese di origine marocchina, spiega al settimanale saudita Sayidaty le ragioni che l'hanno indotta ad adottare il velo islamico come tratto distintivo della propria personalità.

Zohra, che è nata e risiede a Parigi, prosegue: "Il velo mi ha aiutato ad allontanarmi dall'ambiente sociale che avrebbe distrutto la mia vita come musulmana. Non ero consapevole della mia specificità e del mio status particolare come giovane musulmana. Ho scoperto che il velo non è soltanto un simbolo della religiosità, ma un'arma in mano alla giovane musulmana per respingere le tentazioni della vita europea". Al riguardo è più specifica: "Noi al liceo rischiamo di precipitare in delle situazioni che distruggono la nostra vita familiare. In generale lo stile di vita dei giovani non ha alcuna deterrenza etica o religiosa. Se la giovane musulmana non è consapevole della pericolosità di tutto ciò, precipita facilmente nel baratro. Ci sono molte giovani donne arabe che si sono ritrovate in una situazione disastrosa".

Quando Zohra si cala nella realtà per sostanziare le sue argomentazioni, dice: "Ci sono delle ragazze che all'età di 15 anni iniziano a fumare. La giovane musulmana deve dotarsi di un deterrente che la protegga. Questo deterrente è il velo. Il velo la dissuade dall'intraprendere la via del male". Solo alla fine esprime il concetto più convincente: "Considero il velo uno strumento morale per discostarsi dagli atti immorali. Il velo è il simbolo che ci differenzia come giovani musulmane dalle francesi di cui non condividiamo gli stessi valori". Ecco la chiave d'interpretazione della scelta del velo: la crisi d'identità delle giovani musulmane che non si riconoscono nel sistema dei valori dell'Occidente.

Tuttavia un'altra diciannovenne marocchina, Zahya, rivela che ci sono cause molto più profane e discutibili dietro la scelta di indossare il velo: "Mi spiace vedere che un numero di giovani musulmane in Francia indossano il velo per conseguire degli obiettivi particolari, ad esempio il matrimonio e la stabilità sociale. Io non sono affatto d'accordo. Sono convinta che il matrimonio basato sull'inganno sarà destinato al fallimento. Portare il velo deve essere il frutto di una scelta personale. Non semplicemente un mezzo per dare l'impressione che si sia religiose o delle persone rette".

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LE LETTERE DEL GIORNO

"La Sicilia non era diversa dai paesi musulmani"
Caro Magdi, intervengo sulla lettera di Loris Gazzetti. Io non so quanti anni abbia Loris. Io sono Siciliano e ho cinquantotto anni. Ricordo benissimo che, nella mia infanzia, di condizionamenti, sia riguardo alle donne che agli uomini, ne ho visti tanti da far impallidire quelli che lui cita riguardo al mondo islamico. Ai miei tempi, nei piccoli paesi siciliani, il lutto per le vedove durava tutta la vita; per le figlie, anni e anni. Di conseguenza, le donne vestivano quasi tutte di nero (compreso una specie di chador sulla testa) anche in piena estate. Il delitto d'onore era talmente diffuso che una legge apposita quasi lo depenalizzava. Vi ricordate i film di impegno civile di Germi (Divorzio all'italiana, Sedotta e abbandonata)? Beh, non c'era nulla d'inventato.

La fuitina? (ossia la cosiddetta fuga d'amore in seguito alla quale il matrimonio era d'obbligo) vige tuttora nelle classi meno abbienti; per fortuna, adesso solo un pretesto per evitare matrimoni costosi (il matrimonio riparatore si fa in sordina). Ma una volta mascherava veri e propri stupri organizzati, consentiti dalla legge che, ossequiente a presunti principi religiosi, considerava il "matrimonio riparatore" sufficiente ad estinguere il reato; e tutto ciò appena cinquant'anni fa. Vorrei suggerire a Loris e a quanti si preoccupano del conflitto tra la legge islamica e la democrazia, a non esagerare questo aspetto; non c'è fede che non possa adeguarsi all'insopprimibile bisogno di libertà che ognuno, solo che gli se ne dia l'occasione, desidera soddisfare. La democrazia e la tolleranza sono fattori formidabili di mutamento, e l'Islam, credo, senza perdere in nulla la sua carica spirituale, saprà adattarsi ai tempi nuovi altrettanto rapidamente che il Cristianesimo. L'unico errore da evitare? D'imporgli i "tempi nuovi" a cannonate.
Ignazio Vesco

La testimonianza di vita e la riflessione di Ignazio sono preziosissime. Anch'io sono convinto che complessivamente e generalmente la persona umana rifletta la realtà sociale, economica e culturale in cui cresce e vive. Così come sono cambiati i siciliani parallelamente al cambiamento della realtà della Sicilia, ritengo che i musulmani cambieranno quando cambierà la realtà dei loro Paesi. Ovviamente ogni realtà presenta delle proprie specificità, così come ognuno di noi è diverso dall'altro. Ma sicuramente è infondato il pregiudizio dell'esistenza di un homo islamicus che sarebbe incompatibile con le libertà e la democrazia.





Caro Magdi Allam, posso cominciare con una citazione? Eccola: "Noi siamo da secoli - calpesti e derisi - perché non siam popolo - perché siam divisi: - raccòlgaci un'unica - bandiera, una speme; - di fonderci insieme - già l'ora sonò".

Non Le pare che questi versi del patriotaGoffredo Mameli scritti nel 1847, entrati nelnostro inno nazionale, oggi si adattino perfettamente agli arabi? E che da tante delusioni e batoste può nascere (o rinascere) una coscienza nazionale araba? Era il programma, o il sogno, di Nasser. Oggi mi pare meno utopistico di allora, e se ripensoalle parole di Giorgio Bocca "nel giro di una ventina di giorni abbiamo fatto di un miliardo di musulmani un immenso serbatoio di odio contro l'Occidente", mi vengono i brividi, perché il vecchio sogno di Nasser potrebbe avverarsi proprio sotto il segnodi quell'odio. Sarebbe un ironico scherzo della storia se una spinta determinante verso una patriotticaunione degli arabi venisse proprio dall'opera di Bush & C. Le auguro buon lavoro e La saluto.
Giovanni M à f e r a (Treviso)

Non mi sembra che ci sia stata alcuna sollevazione dei popoli arabi e musulmani all'indomani della guerra in Iraq. All'opposto c'è una situazione di sostanziale calma. I governi arabi hanno già anticipato che riconosceranno il nuovo governo iracheno rappresentativo della realtà del dopo Saddam. Quanto al terrorismo, ebbene si tratta di una piaga che era preesistente alla guerra e che contininuerà a lungo. Ma è una realtà che opera sulla base di proprie logiche violente e sovversive, lungo un binario parallelo a quello dell'atteggiamento delle grandi masse.

L'Iraq non è pronto per la democrazia
Cari scrittori, non entro nel merito religioso tra cristiani Usa e cristiani Ue (Unione Europea), ricordo comunque un articolo su l'Espresso che lo trattava con una certa profondità. Mi piace di più parlare un attimo delle convulsioni di questi giorni attorno al nuovo governo iracheno, e lo farò con una facezia: piccoli squaletti crescono. Prima c'era lo squalo assassino, con vari pesciolini voraci a girargli attorno a masticare gli avanzi. Poi è arrivata la balena gigante e carnivora, si è mangiata lo squalo ed ecco che tutti i pesciolini voraci, ma pur sempre pesciolini, le girano attorno per capire cosa succederà. Alcuni di questi pesciolini voraci vengono da lontano, e si sono messi da tempo dietro alla balena.Suvvia di tutto quello che stà accadendo in Iraq mi pare che ben poco abbia a che fare con la democrazia.Spero
vivamente che la storia mi smentisca, ma ho un po' timore quando il campione iracheno-americano è uno che di lavoro prova a vendere la Torre Eiffel, il Colosseo e la Torre di Pisa ai turisti e che fa un po' schifo perfino alla Cia. Non venitemi a dire che questi clan produrranno una democrazia. La democrazia è una cosa che nasce dal basso e necessita davvero di riconoscersi un po' nel proprio vicino.

Per quello che mi risulta, e sicuramente sbaglio, la società irachena è ancora fortemente tribale, e fin
quando non esce dallo schema di pensiero in cui la fedeltà va al capo tribú non vedo come possa esserci una democrazia. Poi naturalmente lo scriveranno sui fogli di carta, come in Afghanistan. Auguro davvero serenità e salute a tutti gli iracheni, ma temo che manchi una generazione e una certa cultura di massa per far nascere la democrazia in Iraq. Salute a tutti.
Daniele Finarelli

E' vero che l'attuale realtà sociale, economica e culturale dell'Iraq è distante dal contesto che potrebbe dar vita a un'autentica democrazia. Tuttavia la democratizzazione è un processo che evolve nel tempo. Personalmente sono fiducioso. Conosco gli iracheni e non ho dubbi sulla loro volontà di emanciparsi dalla dittatura ideologica e politica e riuscire un giorno a conseguire un modello di vita libero e democratico.

(16 maggio 2003)

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