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il manifesto - 29 Febbraio 2004

Velo, Nike e Lacoste Al lavoro, Chirac

Da Le Monde un un articolo provocatorio del celebre filosofo. «Finalmente - sostiene Badiou - la Francia ha trovato un problema alla sua altezza: togliere il velo dalla testa di alcune ragazze». Il presidente ha una maggioranza sovietica, e con la controversa loi foulardière vuole «fermare l'invasione musulmana», preconizzata da Le Pen. Un intervento provocatorio che riapre il dibattito
Viva il mercato «Il modello è la top model: una ragazza deve mettere in mostra tutto quello che possiede»
La nevrosi «In verità la legge sul velo esprime soltanto una cosa: la paura. Dei barbari, come sempre»

ALAIN BADIOU*


1. A certi simpatici cittadini e cittadine della nostra repubblica un giorno venne in mente che occorreva una legge per vietare qualsiasi velo che coprisse i capelli delle ragazze. Tanto per cominciare, a scuola, e poi altrove. Se possibile ovunque. Ma che dico, una legge? Una Legge! Il presidente della Repubblica era un politico limitato quanto inaffondabile. Eletto con una maggioranza plebiscitaria dall'82% dei votanti, fra cui tutti i socialisti, gente fra le cui fila si reclutavano molte delle simpatiche cittadine e cittadini della nostra repubblica di cui sopra, consentì di buon grado: una legge, ma sì, una Legge contro quel migliaio scarso di giovani donne che si mettono sui capelli il velo in oggetto. Le pecore nere, le teste rasate a zero! E musulmane, per giunta! E così, una volta di più, nel solco della grande tradizione della capitolazione di Sedan, del maresciallo Pétain, della guerra d'Algeria, delle furbate di Mitterrand, delle leggi scellerate contro gli operai sans papiers, la Francia stupì il mondo intero. Dopo le tragedie, la farsa. 2. Ebbene sì, finalmente la Francia ha trovato un problema alla sua altezza: il velo sulla testa di alcune ragazze. Possiamo ben dirlo, la decadenza di questo paese è stata fermata. L'invasione musulmana, da tempo diagnosticata da Le Pen, e attualmente confermata da intellettuali di specchiata virtù, ha trovato un degno interlocutore. La battaglia di Poitiers era robetta, Carlo Martello un coltello spuntato. Chirac, i socialisti, le femministe e gli intellettuali illuministi in preda alla islamofobia vinceranno la battaglia del velo. Da Poitiers al velo, la logica non fa una grinza, e il progresso è di tutto rispetto.

3. A causa grandiosa, argomentazioni innovative. Ad esempio: il velo deve essere proibito, in quanto segno del potere dei maschi (il padre, il fratello maggiore) su queste ragazze o giovani donne. Si escluderanno quindi quelle che si ostinano a indossarlo. Insomma: queste ragazze, e queste donne sono oppresse. Perciò saranno punite. È un po' come dire: «Questa donna è stata violentata, che vada in carcere». Il velo è così importante da meritare una logica dagli assiomi rimessi a nuovo.

4. Oppure, al contrario: sono loro che vogliono portarlo liberamente, questo velo maledetto, le ribelli, le birbanti! E perciò, saranno punite. Un momento: non è questo il segno di una oppressione da parte del maschio? Il padre e il fratello maggiore c'entrano, o no? Ma allora, perché è così necessario vietarlo questo velo? Ma perché è ostentatamente religioso. Quelle bricconcelle ostentano la loro fede. In castigo. Ecco fatto!

5. Oppure c'è di mezzo il padre e il fratello maggiore, e per motivi femministi il velo deve essere strappato. Oppure è la ragazza stessa che agisce secondo la sua fede, e «laicamente» deve essere strappato. Non c'è un velo che vada bene. A capo scoperto! Dappertutto! Come si diceva un tempo - lo dicevano anche le non musulmane - che tutti escano con i capelli in bella mostra.

6. Intendiamoci bene, il padre e il fratello maggiore della ragazza col velo non sono mere comparse familiari. Spesso lo si dice con tono insinuante, a volte con tono declamatorio: il padre è un operaio abbrutito, un poveraccio «venuto direttamente dal bled», dallo sprofondo del mondo e adesso lavora alla catena di montaggio della Renault. Un uomo arcaico, ma stupido. Il fratello maggiore vive nella merda, un uomo moderno. Ma corrotto. Periferie da patibolo. Tipi pericolosi.

7. La religione musulmana aggiunge alle tare delle altre religioni anche questa, gravissima: in questo paese, è la religione dei poveri.

8. Immaginiamo il preside di un liceo, seguito da una squadra di ispettori muniti di centimetro, di forbici, di testi di giurisprudenza: si va a verificare alle porte della scuola se veli, kippa ed altri copricapo sono «ostentatori». Quel velo che sembra un francobollo fissato su uno chignon? Quella kippa grande come una moneta da due euro. Roba sospetta, molto sospetta. Il minuscolo potrebbe essere benissimo l'ostentazione del maiuscolo. Ma cosa vedo? Attenzione! Un cappello a cilindro! Ohimè! Mallarmé, interrogato a proposito del cappello a cilindro, l'aveva ben detto: «Chi ha mai messo qualcosa di simile non può toglierselo. Potrà finire il mondo, ma non il cappello». Ostentazione per l'eternità.

9. La laicità. Un principio inossidabile! Il liceo di trenta o quarant'anni fa: divieto di classi miste, pantaloni vietati alle ragazze, catechismo, padre spirituale. La comunione solenne, con i ragazzi col nastro bianco al braccio e le belle bambine sotto il velo di tulle. Un velo in piena regola, mica un foulard. Vorreste che io consideri criminoso questo foulard? Questo segno di uno scarto, di un trasalimento, di un accavallarsi del tempo? Che si debbano escludere queste signorine che mescolano simpaticamente passato e presente? Andiamo, fate strada alla macchina implacabile del capitalismo. Quali che siano i flussi e i riflussi, i pentimenti, la venuta di operaie da lontano, saprà sostituire agli dei morti delle religioni il grasso Moloch del mercato.

10. D'altronde, non è forse il commercio la vera religione di massa? Rispetto alla quale i musulmani convinti fanno la figura di una minoranza ascetica? Non è il segno ostentatorio di questa religione degradante, quello che possiamo leggere sui pantaloni, le scarpe da basket, le T-shirts: Nike, Chevignon, Lacoste... Non è forse ancora più meschino essere a scuola la donna sandwich di un trust multinazionale, anziché la donna fedele a un Dio? Per colpire il bersaglio al cuore, per pensare in grande, sappiamo che cosa ci vuole: una legge contro i prodotti griffati. Al lavoro, Chirac. Vietiamo senza la minima debolezza i segni ostentatori del Capitale.

11. Ho bisogno di qualche spiegazione. La razionalità repubblicana e femminista di ciò che si mostra del corpo e di ciò che non si mostra, in luoghi diversi e in epoche diverse, che cos'è? Per quanto ne so io, anche ai giorni nostri, e non soltanto nelle scuole, non si fa vedere la punta del seno né i peli del pube, né il sesso maschile. Dovrei arrabbiarmi perché queste parti del corpo sono sottratte allo sguardo? Sospettare i mariti, gli amanti, i fratelli maggiori? Fino a poco tempo fa nelle nostre campagne, e ancora in Sicilia e altrove, le vedove portano un fazzoletto nero al collo, calze scure, mantiglie nere. Per far questo, non è indispensabile essere la vedova di un terrorista islamico.

12. E' strana, la rabbia riservata da tante signore femministe alle poche ragazze col velo, fino al punto di supplicare il povero presidente Chirac, il sovietico con la maggioranza dell'82%, di infierire in nome della Legge, quando poi il corpo prostituito della donna si trova ovunque, la pornografia più umiliante è venduta nell'universo mondo, i consigli di esposizione sessuale dei corpi sono illustrati con dovizia di particolari nelle riviste per fanciulle adolescenti.

13. Una sola spiegazione: una ragazza deve mettere in mostra quello che ha da vendere. Deve presentare bene la sua mercanzia. Deve far capire che ormai la circolazione delle donne segue il modello su larga scala, e non lo scambio ristretto. Al diavolo i padri e i fratelli maggiori barbuti! Viva il mercato planetario! Il modello, è la top model. Si dice che il velo è il simbolo intollerabile del controllo della sessualità femminile. Perché, credete che non sia controllata anche nelle nostre società?

14. Credevamo di aver capito che è un diritto femminile intangibile, quello di non spogliarsi se non davanti a colui (o a colei) che si è scelto per farlo. E invece no. È d'importanza essenziale accennare lo spogliarello in qualsiasi momento. Chi continua a coprire in qualche modo ciò che immette sul mercato, non è un commerciante onesto.

15. Si potrà sostenere anche questo, ed è piuttosto curioso: la legge sul velo è una legge capitalista pura. Ordina che la femminilità sia esposta. In altri termini, rende obbligatoria la circolazione secondo un paradigma mercantile del corpo femminile. Vieta qualsiasi riserbo in materia, e proprio fra le adolescenti, cartina di tornasole di tutto l'universo soggettivo.

16. Si dice un po' dappertutto che il "velo" è il simbolo intollerabile del controllo della sessualità femminile. Perché, credete forse che non sia controllata, oggi come oggi, nelle nostre società, la sessualità femminile? Tanta ingenuità avrebbe fatto ridere Foucault. Non ci si è mai presi cura in maniera così minuziosa della sessualità femminile, con tanti buoni consigli, con tante discriminazioni impartite tra il suo uso buono e l'uso cattivo. Il godimento è diventato un dovere sinistro. L'esposizione universale delle parti del corpo che si suppone siano eccitanti, un dovere ancora più inflessibile dell'imperativo morale di Kant. Nel frattempo, tra il «Godete, donne!» delle nostre gazzette e l'imperativo «Non godete!» delle nostre bisnonne, Lacan ha accertato da molto tempo l'isomorfismo. Il controllo commerciale è più costante, più sicuro, più penetrante di quanto non sia mai stato il controllo patriarcale. La circolazione generalizzata della prostituzione è più rapida e affidabile che non le difficoltose chiusure familiari, le cui male parate, dalla commedia greca fino ai tempi di Molière, hanno suscitato il riso nell'arco dei secoli.

17. La mamma e la puttana. In alcuni paesi si fanno leggi reazionarie per la mamma e contro la puttana, in altri, invece, leggi progressiste per la puttana e contro la mamma. Eppure, sarebbe doveroso respingere l'alternativa posta in questi termini.

18. Tuttavia, non con il né... né... che non fa mai altro se non perpetuare in campo neutro (al centro, come Bayrou?) quel che dice di voler contestare. Col «né mamma né puttana», c'è poco da stare allegri. Come col «né puttana né sottomessa», che in fondo è una questione di «quanto»? In altri tempi, venivano definite rispettose. Sottomesse pubbliche, in altre parole. Per quanto riguarda le sottomesse, forse sono semplicemente delle puttane private.

19. Si torna sempre lì: il nemico del pensiero, oggi come oggi, è la proprietà, il commercio, delle cose come delle anime, e non la fede. Si dirà piuttosto che è la fede (politica) la mancanza più importante. «L'ascesa degli integralismi» altro non è se non lo specchio in cui gli occidentali ben pasciuti considerano con sgomento gli effetti della devastazione delle coscienze a cui presiedono. E stranamente la rovina del pensiero politico, che tentano ovunque di organizzare, talvolta all'insegna della democrazia insignificante, talvolta con grande spiegamento di paracadutisti umanitari. In tali condizioni, la laicità, che asserisce di essere al servizio dei saperi, non è altro se non una regola secolare scolastica di rispetto della concorrenza, di formazione in base alle norme «occidentali» e di ostilità a qualsiasi credo. È la scuola del consumatore cool, del commercio soft, del libero proprietario e dell'elettore senza più illusioni.

20. Non si sarà mai abbastanza estasiati di fronte al percorso di questo femminismo particolare che, iniziato perché le donne fossero libere, oggi come oggi sostiene che questa libertà è talmente obbligatoria da esigere che si escludano le ragazze (ma neanche un maschio!) per il semplice fatto del loro abbigliamento.

21. Tutto il gran chiacchiericcio sociale sulle comunità e lo scontro metafisico quanto furibondo tra la repubblica e i comunitarismi, tutto ciò è soltanto una fantasia. Che si lasci vivere la gente come vuole, o come può, che la si lasci mangiare quello che è abituata a mangiare, indossare il turbante, la toga, il velo, la minigonna, l'infradito, che la si lasci prosternarsi a qualsiasi ora del giorno di fronte ai suoi dei stanchi, fotografarsi a vicenda fra mille inchini, o parlare linguaggi esotici. Questo tipo di «differenze» che non ha il minimo valore universale, non ostacola il pensiero né lo sostiene. Pertanto non sussiste alcun motivo né di rispettarle né di vilipenderle. Che «l'Altro» - come dicono seguendo Levinas i sostenitori di una teologia discreta e di una morale formato leggero - che l'altro viva un po' diversamente, ecco una constatazione che non toglie il sonno a nessuno.

22. Per quanto riguarda il fatto che gli animali umani si raggruppano in base alla provenienza, è una conseguenza naturale e inevitabile delle loro condizioni d'arrivo, generalmente tristissime. C'è soltanto il cugino o il compatriota del villaggio che, volente o nolente, può accoglierlo presso la casa di Saint Ouen l'Aumône. Che il cinese vada là dove ci sono già altri cinesi, bisogna essere proprio ottusi per formalizzarsi.

23. L'unico problema a proposito di queste «differenze culturali» e di queste «comunità» non riguarda certo la loro esistenza sociale, di habitat, di lavoro, di famiglia o di scuola. Piuttosto, è che i loro nomi sono vani, laddove quello che importa è una verità, che sia di arte, di scienza, d'amore o, soprattutto, di politica. Che la mia vita di animale umano sia intrisa di particolarità, è la legge delle cose. Che le categorie di questa particolarità vogliano essere universali, prendendo molto sul serio il Soggetto, ecco un elemento costantemente disastroso. Quello che conta è la separazione dei predicati. Posso studiare la matematica in pantaloni da cavallerizzo, e posso militare a favore di una politica sottratta alla «democrazia» elettorale con una capigliatura Rasta. Il teorema non è giallo (o non giallo), così come la parola d'ordine che ci chiama a raccolta non ha le treccine. Peraltro non si definisce nemmeno in base all'assenza delle treccine.

24. Il fatto che la scuola, a quanto dicono, sia fortemente minacciata da una particolarità insignificante come il velo di alcune ragazze induce a sospettare che non si tratti mai della verità, bensì di opinioni, basse e conservatrici. Non si sono forse visti poliziotti e intellettuali affermare che la scuola esiste in primo luogo per «formare i cittadini»? che programma deprimente. Ai giorni nostri il cittadino è un piccolo gaudente amareggiato, aggrappato ad un sistema politico da cui è esclusa qualsiasi parvenza di verità.

25. Non si dovrebbe essere preoccupati in alto loco, e in basso, del fatto che un gran numero di ragazze di origine algerina, marocchina, tunisina, con lo chignon ben pettinato, l'aspetto austero, impegnate sul lavoro, insieme ad alcuni cinesi non meno fortemente legati all'universo familiare, diventino vere e proprie prime della classe? Ai giorni nostri, ci vuole non poca abnegazione, ed è possibile che la Legge del sovietico Chirac porti alla esclusione rumorosa di alcune allieve eccellenti.

26. «Godere senza ostacoli», questa idiozia sessantottina non ha mai fatto marciare a pieno regime il motore del sapere. Una certa qual dose di ascetismo volontario - ne conosciamo la ragione profonda dai tempi di Freud - non è estranea alla vicinanza con l'insegnamento, e quanto meno ad alcuni frammenti grezzi di verità effettive. Al punto che un velo, dopo tutto, può essere utile. Laddove ormai il patriottismo, questo alcol forte dell'apprendimento, è ormai il grande assente, qualsiasi idealismo, anche di paccottiglia, è benvenuto. Almeno per chi suppone che la scuola sia qualcosa di diverso dalla «formazione» del cittadino-consumatore.

27. In verità, la Legge sul velo esprime soltanto una cosa: la paura. Gli occidentali in generale, i francesi in particolare, altro non sono se non un'accozzaglia tremebonda di paurosi. Di che cosa hanno paura? Dei barbari, come sempre. Quelli dell'interno, i «ragazzi delle periferie»; quelli dell'esterno, i «terroristi islamisti». Perché hanno paura? Perché sono colpevoli, ma si dichiarano innocenti. Colpevoli a partire dagli anni 1980, di aver rinnegato e tentato di annientare qualsiasi politica di emancipazione, qualsiasi ragione rivoluzionaria, qualsiasi affermazione vera di qualcosa di diverso da quel che c'è. Colpevoli di aggrapparsi ai loro squallidi privilegi. Colpevoli di non essere altro che vecchi bambini che giocano con quello che comprano. Ma sì, «in una lunga infanzia li hanno fatti invecchiare». E per questo hanno paura di tutto ciò che è un po' meno vecchio di loro. Ad esempio, una signorina decisa del fatto suo.

28. Ma soprattutto gli occidentali in generale ed i francesi in particolare hanno paura della morte. Non immaginano neanche più che una idea possa essere così preziosa da far correre dei rischi per sostenerla. «Morte zero», è il loro desiderio più importante. Orbene, in tutto il mondo vedono milioni di persone che, invece, non hanno alcuna ragione di aver paura della morte. E molti di loro, quasi ogni giorno, muoiono in nome di un'idea. E questo, per l'uomo «civilizzato», è la fonte di un terrore viscerale.

29. So bene che le idee per cui oggi come oggi si accetta di morire in generale non valgono molto. Convinto che tutti gli dei abbiano abbandonato il campo ormai da molto tempo, sono desolato del fatto che tanti giovani, uomini e donne, riducano a pezzi i loro corpi in spaventosi massacri nella funebre invocazione di ciò che da tempo non esiste più. So anche che sono strumentalizzati, questi «martiri» così temibili, da parte di congiurati che si distinguono assai poco da coloro che sostengono di voler abbattere. Non si ripeterà mai abbastanza che bin Laden è una creatura dei servizi americani. Non sono tanto ingenuo da credere alla purezza, né alla grandezza, e neppure ad una qualche efficacia, di queste stragi suicide.

30. Ma dico che questo prezzo atroce lo paghiamo innanzitutto alla distruzione minuziosa di qualsiasi razionalità politica ad opera dell'occidente dominante, impresa resa così largamente realizzabile proprio dall'abbondanza, soprattutto in Francia delle complicità a livello sia intellettuale che delle masse popolari. Volevate accanirvi tanto per liquidare perfino il ricordo dell'idea di rivoluzione? Sradicare qualsiasi uso, anche allegorico, della parola «operaio»? E allora, non lamentatevi del risultato. Stringete i denti, e uccidete i poveri. Oppure, fateli uccidere dai vostri amici americani.

31. Ognuno ha le guerre che si merita. In questo mondo raggelato dalla paura, i grandi banditi bombardano senza pietà paesi ormai dissanguati. I banditi intermedi praticano l'assassinio mirato di coloro che creano difficoltà. I banditi piccoli piccoli fanno leggi contro il velo.

32. Ma è una cosa meno grave, direte. Certamente. È meno grave. Al cospetto del defunto Tribunale della Storia, ci concederanno le attenuanti: «Specializzato in pettinature, ha avuto soltanto un ruolo marginale nella vicenda di cui si tratta».

*Filosofo, scrittore e professore presso l'
Ecole normale supérieure
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