La Donna nel Mediterraneo
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L'abbigliamento della matrona romana

Livia, moglie di Augusto.
Particolare dell'Ara Pacis, Roma
Fine I sec. a. C.
L ’abito della matrona romana si componeva essenzialmente di tre indumenti: la tunica (camicia indossata sulla pelle), la stola (veste che andava sulla tunica), la palla (mantello quadrato che copriva la testa e si avvolgeva sulla stola). Sotto la tunica si portavano la fascia pectoralis o strophium, a mo’ di reggiseno, e un panno attorno ai fianchi che aveva funzione di mutande (feminalia). Nei tempi più antichi le matrone portavano sopra la tunica la stessa toga degli uomini; successivamente, invece, fu introdotta la cosiddetta stola ad talos demissa, una veste lunga fino ai piedi. caratterizzata all’estremità inferiore da un largo orlo detto instita. L’abito, che non scopriva neanche in minima parte la caviglia, si confaceva alla donna pudica. A detta di Orazio vi erano uomini che non avrebbero mai toccato una donna non ricoperta fino ai talloni dalla instita, mentre Ovidio, , all’inizio dell’Ars amatoria, chiarisce che la sua opera - così frivola- non si rivolge alle donne di alta condizione, che indossano veli, segno distintivo del pudore, e la lunga tunica che copre il piede. Fin dall’epoca della seconda guerra punica (218-202 a.C.) l’uso della veste lunga fu privilegio rigorosamente riservato alle matrone. Tale abito, infatti, le differenziava dalle schiave e dalle donne di bassa condizione, che non avevano il diritto di portare la stola; le cortigiane, ad esempio, indossavano una tunica corta sulla quale mettevano una toga scura. Una ex-schiava, che poi sposò un cittadino romano, tenne a ricordare orgogliosamente nel suo epitaffio: me decorat stola. L’abbigliamento delle matrone, e in particolare la stola svolgeva, quindi, una doppia funzione: da un lato, essa era una sorta di simbolo, di divisa, un elemento che era automaticamente associato alle matrone e le identificava come tali rendendole facilmente riconoscibili da parte di chiunque; dall’altro, proprio per le sue caratteristiche, la stola svolgeva la funzione di tutelare il corpo della “donna per bene” da sguardi indiscreti. Il semplice sguardo rivolto da un uomo ad una donna violava, infatti, la pudicitia e la riservatezza cui ella aveva diritto: di conseguenza, la custodia di questa condizione, anche attraverso un abbigliamento consono, costituiva per la matrona un preciso dovere. Diversamente, il consentire che sguardi estranei oltrepassassero quella che doveva essere l’invalicabile barriera delle vesti costituiva, come sostiene Seneca il Retore , un'azione non da matrona, bensì da adultera.

a cura del Centro di Studi antropologici sulla cultura antica Università degli Studi di Siena



Il velo

Nella società romana la ‘donna per bene’ sposata, cioè la matrona, era caratterizzata dal fatto di non uscire in pubblico con la testa scoperta. Tale uso aveva inizio con il matrimonio: la vergine che andava sposa indossava un velo, detto flammeum (che probabilmente era di un colore arancio, poiché le testimonianze che ci sono giunte al riguardo ce lo descrivono talvolta come giallo, talvolta come ‘color sangue’), che però copriva anche il volto. Una volta sposata la ragazza era destinata appunto a non uscire mai più di casa a testa nuda: essa infatti veniva coperta con un lembo della palla, un mantello che era indossato sopra la stola, che era la veste –lunga fino ai piedi-che, a partire da una certa epoca, divenne l’abito che contraddistingueva le matrone. E l’impiego della palla nel modo che si è detto caratterizzava tutte le occasioni della loro vita in cui si recavano fuori casa.
Ma qual era il significato di questo costume? Certamente esso si collegava con la necessità che tale categoria di donne tenesse un atteggiamento improntato alla massima riservatezza: essenziale era infatti il dovere di evitare ogni comportamento che potesse aprire la strada all’adulterio, che non doveva certo essere commesso da colei che era destinata a riprodurre la stirpe di suo marito. E, appunto, ogni contatto visivo improprio (analogamente a quanto avveniva per altre forme di contatto) poteva costituire la premessa di un adulterio, divenendo strumento di seduzione.
Per questo motivo, una donna che non si preoccupasse di coprire la testa con la palla quando usciva di casa in un certo senso era come se si fosse comunque macchiata di tale colpa: e poteva, per questo, anche essere ripudiata dal marito. Ci racconta infatti Valerio Massimo, un autore che scriveva nel I secolo d.C., che un certo Sulpicio Gallo ripudiò la moglie perché essa era uscita di casa a capo scoperto, motivando questa sua decisione con le parole: “La legge ti prefissa solo i miei occhi per farti giudicare nelle tue forme. Per questi occhi acconcia la tua bellezza, a questi occhi dovrai apparire bella, all’infallibile commento di questi occhi devi affidarti. La circostanza che ti sia messa in vista in maniera troppo provocante ti rende necessariamente sospetta e colpevole.” (VI 3,10; trad. di R. Faranda).
Dunque, era sentito quale inderogabile (e – com’è presumibile – in modo particolarmente forte nell’epoca più antica) il dovere da parte della matrona di coprirsi la testa per uscire: ma appare assolutamente chiaro che tale dovere si collegava a un’esigenza di carattere culturale, costituita dal dovere di proteggere con ogni riguardo la propria pudicizia, che imponeva una serie articolata e rigida di norme di riservatezza. Queste tendevano a isolare la matrona impedendole contatti indebiti e incontrollati di qualsiasi natura con uomini estranei: e lo scopo di tutto ciò era appunto l’esigenza, in ultima analisi, di salvaguardare l’autenticità dei discendenti del marito, che propagavano automaticamente anche la sua stirpe. Perciò nella cultura romana non erano motivazioni di natura religiosa o cultuale alla base della norma che prescriveva alla matrona di porsi un lembo del mantello sulla testa per uscire di casa.

Lucia Beltrami
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