La Donna nel Mediterraneo
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L'abbigliamento femminile

Gli abiti della donna greca si possono ridurre a tre tipi: la tunica o chitone (ci@twn), la sottoveste o chitònion (citw@nion), il mantello o himàtion (iéma@tion); anche se nei tempi più antichi pare che le donne greche usassero unicamente il pèplos (pe@plov), sotto il quale non portavano niente altro, mentre la tunica era un indumento esclusivamente maschile.

Kore con peplo
proviene dall'acropoli di Atene
Marmo, 540-503 a.C.
Atene, Museo dell'Acropoli
Il costume dorico
L’abito femminile in Omero, chiamato indistintamente pèplos, phàros (fa^rov) o heanòs (eéano@v) era semplicissimo: consisteva essenzialmente di un pezzo rettangolare di lana o di lino, che veniva panneggiato liberamente sul corpo con fibbie o perònai (phro@nai) e qualche punto cucito e, solo eccezionalmente, stretto alla vita da una cintura. Quello più rudimentale era l’abito delle fanciulle spartane che i poeti ateniesi, soprattutto Euripide, criticavano perché eccessivamente corto (cfr. Eur., Andr. 597s.). Il peplo spartano, aperto e corto, infatti, serviva sia da tunica che da mantello e consisteva in uno scialle di lana molto stretto, legato su entrambe le spalle da una fibbia, senza cuciture e senza cintura. In questo modo solo una metà del corpo era completamente ricoperta e l’altra si scopriva ad ogni passo (cfr. Plut., Comp. Lyc. c. Numa III, 5-9). Per questo ad Atene il peplo era di solito stretto alla vita da una cintura o zòne (zw@nh), allo scopo di mantenere le pieghe a posto ed evitare di scoprire la gamba destra camminando; ciò conferiva alla figura un aspetto nobile e severo, come vediamo nelle copie dell’Atena Parthenos di Fidia. Lo sbuffo di pieghe che si formavano sul petto era detto kòlpos (ko@lpov), che in greco significa proprio “seno, petto”. Infine il peplo poteva anche essere chiuso lateralmente da una cucitura, che andando dal fianco fino ai piedi e lasciando libero solo il passaggio delle braccia, creava una specie di cilindro dalla forma simmetrica: così erano vestite le ergastines (lavoratrici) del fregio delle Panatenaiche del Partenone.

Il costume ionico
Se nell’età più antica il peplo o costume dorico era l’abito di tutte le donne greche, a partire dalla prima metà del V secolo a.C. le donne ateniesi lo sostituirono con l’abito ionico, il chitone di lino. Il cambiamento della moda fu dovuto al diffondersi del lino che commercianti orientali portavano sui mercati della Grecia, anche se è probabile che riguardò inizialmente solo le classi più agiate. Questa novità, comunque, dovette fare un certo scalpore, tanto che entrò nella leggenda, generando la storia che leggiamo nel libro V delle Storie di Erodoto.
Tanagrina,
statuetta femminile proveniente da Soluto
II-I secolo a.C. Palermo,
Museo Archeologico Regionale "A. Salinas"
Il chitone (ci@twn) era una tunica di lino, costituita da un solo pezzo rettangolare di stoffa, ma i due bordi laterali erano cuciti assieme e quelli superiori di ogni lato erano raccolti sulla spalla e sulle braccia e tenuti assieme da una doppia serie di punti di cucitura e talvolta da fibbie, sì da formare lunghe maniche; su di essa di solito veniva sovrapposta una seconda tunica più corta, da cui il nome di diplòidion/diplòe (diploi_dion, diplo@h) «veste doppia». La prima era lunga fino ai piedi (citw@n podh@rhv) e veniva fermata in vita da una cintura, che formava un kòlpos più o meno profondo secondo la lunghezza della stoffa. Tuttavia la tunica era un abito che serviva solo in certe occasioni, quando la donna usciva in pubblico, acconciata per una cerimonia, mentre in casa le donne greche portavano il peplo spartano più corto o delle tuniche casalinghe, più lunghe del peplo ma meno aderenti, quali gli orthostàdia (oèrqosta@dia) (cfr. Aristoph., Lys. 45) o le symmetrìai (summetri@ai) (cfr. Poll. VII 54). Spesso, poi, portavano una vesticciola corta chiamata chitònia (citw@nia) che lasciava scoperto il ginocchio e il polpaccio, come gli sgargianti krokotòi (krokwtoi@) di cui parla Aristofane nella Lisistrata.
Il chitònion era, inoltre, l’abito delle cortigiane, ma anche le donne dabbene lo indossavano come abito di casa nelle ore di lavoro, nelle ore di ozio e come camicia notturna (cfr. Eur., Hec. 933 s.). Sopra la tunica di lino le donne portavano vari tipi di mantello o himàtion (iéma@tion), che consisteva in un pesante pezzo rettangolare di stoffa di lana, il quale, dopo essere stato piegato in due, veniva avvolto intorno al corpo. Oltre a questo ampio himàtion esistevano delle mantelline di varia foggia che troviamo indicate con nomi diversi: l’epomìdes (eèpwmi@dev), un semplice scialle fissato in forma di sciarpa su una spalla, oppure l’ènkyklon (eògkuklon) un piccolo mantello rotondo che era listato tutto intorno da una balza e il paràpechy (para@phcu) che aveva le bordure solo su due lati. Infine simile al mantello maschile, ma il cui lembo cadeva di solito, con più eleganza, davanti e non di dietro, era la chlanide (clani@v). Poche notizie abbiamo sulla biancheria intima, infatti, di certo sappiamo solo che le signore greche portavano il reggiseno, stròphion (stro@fion), il quale consisteva in una fascia ed era indicato anche come tainìa (taini@a) o mìtra (mi@tra): probabilmente la diversità di forma o di larghezza possono aver reso più opportuno l’uso dell’uno o dell’altro vocabolo (cfr. Aristoph., Thes. 638 ss.).

Kolpos
Sandali
Velo
Gineceo


Le scarpe
Grandissima era la varietà delle scarpe, che potevano essere acquistate già fatte o confezionate su misura dal calzolaio, che rilevava la forma del piede, facendo montare la cliente su di un dischetto e tracciando col trincetto sul cuoio il contorno del piede. Esisteva una grande varietà di calzature femminili a seconda dell’uso che se ne intendeva fare. Vi erano, infatti, babbucce per scendere la mattina dal letto chiamate nyctipèdekes (nuktiph@dhkev), sandali di vario tipo detti blauttìa (blautti@a), calzature più comode che si portavano per casa, le diàbathra (dia@baqra), e scarpe più piccole e civettuole come le peribarìdes (peribari@dev) quando la donna si agghindava nelle ore di libertà. Elemento comune a tutti questi modelli era il costo eccessivo, che superava di gran lunga qualsiasi altro capo di abbigliamento. La gente del popolo, infatti, perlopiù andava scalza o usava le embàdes (eèmba@dev), cioè delle calzature larghe, simili a zoccoli o scarponi, di basso costo, che erano di cuoio e si facevano durare il più possibile a furia di metterci toppe (cfr. Aristoph., Eq. 868 ss.; Plu. 758-759). Infine sappiamo che le donne greche portavano sotto le lunghe tuniche anche le calze, che avevano una forma intermedia fra le calze e i calzini ed erano di fattura abbastanza rozza, mentre se dovevano lasciare scoperte le gambe, usavano dei drappi colorati e ricamati che avvolgevano intorno alla caviglia, detti pèzai (pe@zai).

Antefissa in terracotta con testa femminile
proveniente dalla necropoli del Fusco
ultimi decenni VI secolo a.C. Siracusa, Museo Archeologico Regionale
I cappelli
In Grecia non c’erano veri cappelli femminili, le donne andavano a capo scoperto o, specialmente le maritate, sin dai tempi di Omero coprivano il capo con un velo chiamato kàlymma o kalyptra (ka@lumma/kalu@ptra). Un lungo velo era usato con una precisa funzione rituale dalla sposa durante la cerimonia nuziale e dalle donne che partecipavano ai riti funebri; esso poteva essere rigettato indietro o calato davanti alla faccia come una veletta. C’era poi un copricapo a tese larghe, chiamato tholìa (qoli@a), che serviva per riparare la faccia dai raggi del sole, oppure le donne usavano legare i capelli con un largo nastro, mìtra (mi@tra) o raccoglierli entro una reticella chiamata kekryphalos (kekru@falov), o nella cuffia, sàkkos (sa@kkov).


Ventaglio e ombrello
Fra gli accessori della toilette femminile non vanno dimenticati il ventaglio e l’ombrello, assai utili in un paese caldo e soleggiato come la Grecia. Il ventaglio, rhipìs (réipi@v) era un semplice schermo a forma di foglia di aro o di palma il cui picciolo faceva da manico, a volte poteva essere anche a forma di cuore, circolare o a forma di piccola palma. Poteva essere fatto di stecche rigide o di penne di pavone (réipi#v pterwth@). In ogni caso esso era variamente e vivacemente colorato. Di uso orientale e non greco era invece il flabello (ku@klov pterwto@v), un sontuoso ventaglio adattato su una lunga asta di penne di pavone, pergamene e seta, che veniva agitato da uno schiavo, ma nei testi greci è usato solo con allusioni al costume dei barbari (cfr. Eur., Or. 1426-1430). L’ombrello, skiàdeion (skia@deion), era simile nella struttura agli ombrelli di oggi, era costituito da una stoffa rotonda tesa su un certo numero di bastoncini convergenti, tenuti insieme da un anello che scivolava liberamente lungo un bastone che faceva da manico. Talvolta alle estremità c’erano delle frange. Esso era portato quasi sempre da una schiava, che camminava dietro la donna e la proteggeva dal sole e dalla pioggia (cfr. Aristoph., Eq. 1348 s.).



Gioielli
Ventaglio
Fibule
Diadema




Bibliografia
R. FlaceliÈre, La vie quotidienne en Grèce au siècle de Périclès, trad. it. di Maria Grazia Meriggi, Milano 1983.
L. Heuzey, Histoire du costume dans l’antiquitè classique, Parigi 1935.
U. E. Paoli, La donna greca nell’antichità, Firenze 1955.


Fabiana Esposito
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