La Donna nel Mediterraneo
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Il velo dell’ipocrisia
Tratto da Libération

Libération, 28/11/2003

Nel complicato dossier della laicità, c’è la questione del velo portato da alcune donne musulmane. È oramai ammesso, ed è un reale progresso del nostro dibattito pubblico, che se indossare il velo ha a che fare con la laicità, è anche vero che nelle scuole esso pone il problema della condizione della donna, così come se si immagina di risolvere la questione del velo nel quadro dell’educazione nazionale, ciò non regola il problema della sorte che tocca alle donne lontano dalle scuole. Non si possono risolvere tutti i problemi contemporaneamente e sarebbe una grande vittoria se si riuscisse a impedire, se possibile a dissuadere o, meglio, a convincere le giovani musulmane a non “velarsi”. Se si riconosce che portare il velo rimette in causa l’uguaglianza tra uomini e donne, alla quale la nostra società è così attaccata, in nome dell’uguaglianza tra gli esseri, ne derivano una serie di conseguenze che modificano sia il modo di valutare la situazione che i modi per trovare delle risposte.

Siamo legati all’uguaglianza tra uomini e donne? Sì. Pratichiamo l’uguaglianza tra uomini e donne? No. Cominciamo dall’espressione politica di questa ineguaglianza. Nell’ottobre 2003, in media, nel mondo democratico, le donne rappresentano il 51% della popolazione, il 45% della popolazione attiva e il 15,2% degli eletti. All’interno dello spazio europeo, le differenze tra i vari paesi sono enormi. La Francia, con il 12,5% di deputate, mostra in modo spettacolare uno dei peggiori tassi di “femminizzazione”. È d’obbligo constatare che le Francesi sono quasi interamente tenute all’esterno dell’Assemblea nazionale: l’88% dei deputati sono uomini! Non è quindi facile comprendere come una simile Assemblea possa approvare una legge destinata a ricordare l’uguaglianza tra i sessi e non c’è bisogno di conoscere questi numeri per rendersene conto con i propri occhi visto che ogni immagine dell’Assemblea nazionale mette in scena l’ineguaglianza proprio nel cuore della sovranità legislativa. Sappiamo che accade lo stesso nei sindacati, nei partiti politici, ma anche nei media, le aziende, le amministrazioni: più saliamo nella gerarchia, più le donne sono una rarità. Nell’amministrazione francese, secondo il rapporto dell’Anicet Le Pors del 2001, su 3 800 posti di alto funzionario recensiti, l’87,5% era detenuto da uomini. I progressi sono quasi inesistenti, visto che la proporzione degli alti funzionari donne è passata dall’11,7% del 2000 al 12,5% del 2001. Nel settore privato, si stima tra il 20% e il 25% lo scarto tra i salari, con competenze e lavori uguali, mentre ci sono più donne che uomini che lavorano part-time senza volerlo o che vivono la propria vita professionale sotto il regime del CDD. A questo andrebbe aggiunto il sessismo permanente e massiccio del discorso, privato o pubblico, pubblicitario o politico, la cui versione più simpatica consiste nel rivendicare la partecipazione delle donne negli affari della Cité grazie alla loro particolare sensibilità per le questioni sociali e alle loro maniere affabili, visibili in tutti i dibattiti pubblici ai quali sono a volte associate! Una società che non riesce neanche più a dissimulare delle contraddizioni così radicali tra il discorso dell’uguaglianza e le sorti realmente riservate alle donne, è credibile quando afferma improvvisamente che portare il velo è un attacco insopportabile alla loro dignità? Apparentemente, no. Si vuole credere che l’espressione “ni putes, ni soumises”, che i nostri uomini politici sono quasi fieri di poter pronunciare senza complessi, sia l’espressione brutale e legittima di un dramma che caratterizza i nostri “quartieri meno fortunati”; ma denunciare le nostre pratiche, non significa rincarare la dose? Ieri, la condizione femminile si caratterizzava per l’ineguaglianza con gli uomini. Oggi, si caratterizza grazie all’affermazione pubblica di un’uguaglianza che la realtà contraddice in ogni momento, nonostante le montagne di testi legislativi. In queste condizioni, è facile immaginare di quale efficacia sarebbe capace la legge alla quale si pensa in questo periodo.

Se la legge potesse costituire una risposta adeguata, sarebbe in grado di accompagnare un movimento radicale di femminizzazione del potere, sotto tutte le sue forme. Non è un prefetto musulmano che bisogna nominare, ma una “prefetta”, forse musulmana, e, se ci si vuole lanciare in un’ampia operazione di “discriminazione positiva”, sono le donne a dover essere le beneficiarie. Sarebbe straordinario se, dopo aver atteso per tanto tempo, così pazientemente e con così scarsi risultati, le donne venissero ora battute d’un soffio dagli uomini, per il fatto che questi nascono dall’immigrazione. Se si vogliono sostenere i/le Francesi musulmani/e, che sperano nell’integrazione piena e completa nella Repubblica, bisogna affermare, in maniera credibile, i valori ai quali pretendiamo di legarli. Mostriamo che le nostre leggi vengono rispettate, esse saranno allora rispettabili e non dovremo fabbricarne altre.

L’Europa ci traccia la via, almeno per ciò che riguarda la femminizzazione delle assemblee elette e coloro che si dicono sensibili alla questione dovrebbero riflettere prima di abbandonarsi a un euro-scetticismo strategico. Prima di tutto perché la maggior parte dei nostri vicini fa meglio di noi, compresi i nuovi paesi membri. Poi perché nel quadro europeo la Francia occupa una posizione onorevole. Nel 2003, il Parlamento europeo comprendeva il 31% di donne, la Francia occupava la seconda posizione (42,5%), dietro la Finlandia (43,8%), ma davanti alla Svezia (41%). Infine, perché il testo della Costituzione europea, oggi più spesso oggetto di vilipendio da parte di uomini che di donne politiche, ha appena consacrato la nozione di uguaglianza scrivendo nell’articolo 2 che “l’Unione è fondata su valori di rispetto della dignità umana, di libertà, di democrazia, di uguaglianza, di Stato di diritto, così come del rispetto dei diritti dell’uomo. Tali valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla non-discriminazione”.

Dominique REYNIE
Professore presso l’Istituto per gli studi politici di Parigi
(Traduzione di Francesca Auriemma e Fabio Boscaino)
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