La Donna nel Mediterraneo
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Algeria, Marocco, Tunisia
Le nuove scelte delle donne

Tratto da L’express

L’Express, 25/01/2001

Colossale calo delle nascite.
Più istruite, più indipendenti, ormai le Magrhebine hanno altre priorità rispetto a creare una famiglia numerosa.

Le donne del Maghreb fanno sempre meno figli, al punto che oggi hanno praticamente raggiunto il livello europeo. “Il Maghreb è passato, in trent’anni, da 7,5 a poco più di 2 bambini a donna. Ciò rappresenta un’evoluzione rapida almeno quanto quella della Cina”, sottolinea Jacques Vallin, direttore di ricerca dell’Istituto nazionale degli studi demografici (Ined) e coautore, con Zahia Ouadah-Bedidi, di uno studio pubblicato lo scorso luglio nella rivista dell’istituto, Population et sociétés. Il Maghreb ha impiegato in realtà soltanto tre decenni per percorrere lo stesso cammino che la Francia ha percorso in due secoli. In Tunisia – il primo dei tre paesi ad aver dato inizio alla svolta – la media delle nascite era di soltanto 2,2 bambini a donna nel 1998. In Marocco nel 1996 e in Algeria nel 1997, era di 3,1. Considerando che il movimento proseguirà con lo stesso ritmo, la Tunisia dovrebbe, per il 2000, avere una media di 2 bambini a donna, l’Algeria di 2,3 e il Marocco di 2,5. Con una grande differenza, in quest’ultimo paese, tra le cittadine, la cui fecondità raggiunge quella della Tunisia, e le donne di campagna, che hanno ancora una media di poco più di 4 figli.

Il ritardo dell’età del matrimonio
Come si è arrivati fin qui, e in maniera così veloce? “Il ritardo dell’età del matrimonio appare un fenomeno importante”, sottolineano i ricercatori dell’Ined. Un cambiamento di comportamento determinante perché si tratta di società in cui la procreazione non è prevista al di fuori del matrimonio. In Tunisia, l’età del matrimonio per le donne è passata da 19 anni nel 1956 a 27,8 anni oggi; in Marocco, da 16 anni nel 1960 a 26 anni nel 1995; in Algeria, da 18 anni nel 1966 a 27,6 anni nel 1998. “In Tunisia, aggiunge Zahia Ouadah-Bedidi, più della metà delle donne dai 25 ai 29 anni non è sposata, e ci si avvicina a questo livello negli altri due paesi.” Si tratta, probabilmente, di una delle mutazioni socioculturali più importanti di questi ultimi anni.

Widad ha appena terminato i suoi studi in medicina. A 25 anni, questa giovane algerina proveniente da un ambiente modesto e non intende fermarsi lì. “Adesso, dice, mi iscriverò a ginecologia. E il mio fidanzato, che ha terminato anche lui quest’anno, a oculistica.” Non se ne parla proprio del matrimonio prima di aver terminato gli studi. “Il marito, aggiunge, potrà anche andar via un giorno, ma i miei studi e il mio lavoro, nessuno potrà togliermeli. Questo mi aiuterà nella vita in caso di difficoltà.” Il fidanzato annuisce… A 33 anni, Souad, non ha scelto il nubilato. Contabile in un’azienda pubblica, aveva optato per un corso universitario molto meno lungo, per avere il prima possibile un’attività retribuita. “Fino a poco tempo fa, dice, non pensavo assolutamente al matrimonio. Ho cominciato a pensarci due anni fa, quando ho incontrato il mio fidanzato. Ma non abbiamo un alloggio e non ci sembra il caso di convivere con la sua famiglia o con la mia.” Quindi aspettano che la Cassa di risparmio, che si occupa anche della promozione immobiliare e presso la quale hanno fatto domanda, fornisca loro un appartamento. “Non siamo esigenti: il più piccolo sarà ben accetto visto che siamo soli.”

Una nuova esigenza di qualità di vita
Il ritardo dell’età del matrimonio è strettamente legato al miglioramento del livello d’istruzione delle donne. Per Aziz Ajbilou, professore all’Istituto nazionale di statistica e di economia applicata (Insea) a Rabat, è addirittura un fattore essenziale, poiché l’istruzione modifica le aspirazioni delle donne. Così, si augurano spesso di esercitare una professione e la loro concezione della coppia e della famiglia cambia. Il rapporto dell’Ined sottolinea quindi che in Algeria, le donne che nel 1992 avevano raggiunto l’istruzione secondaria si sarebbero sposate circa sette anni più tardi delle analfabete. Le donne, più istruite e più indipendenti, vogliono un “buon matrimonio” e soprattutto scegliere il loro coniuge. Anche a costo di ritardare l’unione.

Non è un caso se è proprio in Tunisia che, all’inizio, le nascite sono diminuite. Si tratta in effetti del paese che ha scelto per primo di condurre una politica volontaristica a favore della scolarizzazione delle donne, del loro diritto al lavoro e del miglioramento del loro statuto nella società, operando parallelamente una modifica del diritto di famiglia grazie all’adozione, dal 1956, del Codice dello statuto personale. Sebbene il diritto non abbia fatto gli stessi progressi, l’Algeria e il Marocco hanno seguito il movimento. L’Algeria di Houari Bolumediene ha divulgato la scolarizzazione. I progressi sono stati più lenti in Marocco, dove più che altrove le differenze tra le città e le zone rurali sono ancora grandi. Oggi nei tre paesi ci sono molte donne che hanno un’attività professionale, tuttavia non sempre perché l’hanno desiderata, ma spesso per motivi economici.

Oltre al diritto all’istruzione e ai cambiamenti di mentalità che ne conseguono, altri fattori meno positivi spiegano che le Maghrebine – e i Maghrebini – si sposano sempre più tardi: l’aumento della disoccupazione tra i giovani (26% tra i 25e i 34 anni in Marocco, per una disoccupazione totale del 17% secondo le statistiche nazionali) e la crisi degli alloggi. La scarsità di appartamenti per le coppie giovani, grave in particolar modo in Algeria, è una realtà anche in Marocco, dove il tasso di urbanizzazione è molto importante.

Si sposano in ritardo e inoltre ci sono sempre più donne che utilizzano un metodo contraccettivo. “Se il ritardo del matrimonio è stato, nei tre paesi, il primo fattore del calo delle nascite, sottolineano i ricercatori dell’Ined, tuttavia non sarebbe bastato a farlo arrivare ad un livello così basso come quello attuale senza un controllo della fecondità nel matrimonio.”

La contraccezione non smette di aumentare
La contraccezione non è vietata dalla legge islamica, sotto questo punto di vista più aperta di quella cattolica. Ma è pur vero che i discorsi degli imam sono piuttosto conservatori. Di conseguenza, anche qui, c’è stato bisogno che le cose si muovessero. E, ancora una volta, le Tunisine sono state le pioniere. Di sicuro, Marocco e Tunisia mettono ufficialmente in atto nello stesso anno, 1966, una politica di planning familiare. Ma in Marocco, esisterà per molto tempo soltanto sulla carta mentre in Tunisia l’impulso dato dalle autorità politiche sfocia in un vero e proprio programma nazionale di limitazione delle nascite. Lo sviluppo della contraccezione comincerà effettivamente in Marocco più tardi, grazie all’attivismo delle associazioni femminili. L’Algeria degli anni 70 era contraria ad una politica che mirasse a ridurre le nascite, e le Algerine erano, al contrario, invitate a fare figli. Un tema comune alla Cina e all’Algeria secondo la conferenza dei paesi non allineati del 1974. Tuttavia, persino allora era possibile avere assistenza contraccettiva nei centri della Protezione materna e infantile. Negli anni 80, il discorso ufficiale evolve. Non si parla più di “investimento demografico”, ma di “programma di controllo dell’accrescimento demografico”.

Oggi, secondo i due ricercatori dell’Ined, la contraccezione avrebbe già ridotto di circa la metà le nascite nel matrimonio e il numero di donne maghrebine che usano un metodo contraccettivo non smette di aumentare. In Tunisia, sono passate dal 5% alla fine degli anni 60 al 60% nel 1995. In Algeria, erano il 57% nel 1995, e il 62% oggi, contro l’8% nel 1970. In Marocco, ormai, il 59% delle donne sposate usa un metodo contraccettivo, quando invece era soltanto il 5% alla fine degli anni 60. Operaia a Casablanca, Amina ha 26 anni. Vive in una sola stanza con suo marito meccanico e la giovane coppia non ha ancora figli. “Nessuno si spiega perché io non sia rimasta incinta dopo tre anni di matrimonio. Nella mia famiglia, pensano addirittura che io sia sterile. Ma io non voglio figli prima di avere di che nutrirli ed educarli. E non ne avrò più di uno o due. Oggi i figli costano. Non voglio che i miei finiscano in mezzo a una strada.”

Poiché la Tunisia ha iniziato prima, e la rete di centri di planning familiare ha avuto un ruolo importante, la spirale occupa ancora il primo posto (42%), prima della sterilizzazione (21%), mentre l’aborto – 1 ogni 9 nascite – non è raro. In compenso, è la pillola che domina ampiamente in Algeria (79%) e in Marocco (67%). “Curiosamente, sottolinea Rachida Benkhelil, direttrice della popolazione al ministero algerino della Salute e della Popolazione, la pressione religiosa di questi ultimi anni nel nostro paese non ha avuto impatto sulla contraccezione. Nel 1970, il tema religioso interveniva nel 10% dei casi di rifiuto di uso di metodi contraccettivi, e oggi nel 5%.” In Marocco, le autorità pongono da qualche anno l’accento sullo sviluppo del planning familiare nelle zone rurali o nelle bidonville, dove campagne di sensibilizzazione vengono organizzate regolarmente. “Quattro bambini, è già troppo. Non riusciamo a sbarcare il lunario. Allora, qui, all’ambulatorio, mi aiutano a non averne altri”, dice Ghalia. A trent’anni, questa giovane donna che vive in una bidonville di Salé, vicino a Rabat, ha già quattro figli dagli 11 anni ai 18 mesi.

Ghalia è analfabeta. Ma, nella maggior parte dei casi, il livello di istruzione è determinante. “La moltiplicazione dei servizi di planning familiare non basta a garantire il calo delle nascite nel matrimonio: è ancora necessario che emerga realmente nelle coppie il desiderio di limitare la loro discendenza. E questo si può produrre soltanto col cambiamento economico, sociale e soprattutto culturale”, sottolineano i ricercatori dell’Ined. Sempre più donne di livello universitario ragionano come Aïcha. Questa giovane marocchina di 29 anni occupa un posto di dirigente in banca e non è ancora sposata. “Bisogna saper trovare un equilibrio tra la carriera e la famiglia, dice. Una volta sposata, aspetterò senza dubbio il momento giusto prima di avere dei figli. Ne ho voglia, ma voglio anche poter vivere la mia vita di coppia.”

Sempre più giovani donne scelgono, come lei, di limitare il numero di nascite non soltanto per crescere meglio i loro figli, ma anche in nome di un’esigenza, nuova, di qualità della vita. Malika ha 45 anni. Gestisce ad Algeri un grande ristorante che “va bene”. Ha scelto tuttavia di avere soltanto due figli, che oggi hanno 20 e 17 anni. “Se mi sono fermata a due, dice, è prima di tutto per avere una certa qualità della vita. Bisognava dedicare loro molto tempo ed energia. Avevo paura, avendone altri, di non essere all’altezza. Per la loro educazione, sicuramente, ma soprattutto per l’affetto. Credo che mia madre fosse sopraffatta dai suoi sette bambini. Non volevo fare la stessa fine e non volevo che un giorno i miei figli potessero rimproverarmelo.” L’incubo di avere più di due figli l’ha persino costretta a ricorrere all’aborto in tre riprese in seguito a incidenti di “sterilità”. Il marito di Nacera è dirigente in un’impresa pubblica e guadagna bene. Tuttavia, la coppia ha soltanto tre figli, una ragazza di 13 anni e due ragazzi di 10 e 6 anni. “Il terzo, afferma Nacera, è stato un incidente. Volevo fermarmi a due, anche mio marito. Non volevamo una famiglia numerosa. Adesso, posso viaggiare. Ogni estate, e a volte anche d’inverno, posso partire con mio marito e i miei figli e passare qualche giorno all’estero. Ma, se avessi più figli, potrei? Non credo. Prima di tutto, economicamente sarebbe più difficile, ma anche praticamente sarebbe più complicato. Allora va bene così.” Ouarda ha deciso apertamente da molto tempo che avrebbe avuto un solo figlio. È la condizione che ha imposto a suo marito prima del matrimonio. Voleva fare giornalismo, quindi, necessariamente, sapeva che avrebbe avuto poco tempo. “Troppi spostamenti. E poi, francamente, confessa, non ho la pazienza per crescere più bambini.”

“Trarre lezioni dai paesi sviluppati”
“Siamo entrati in un processo irreversibile, afferma Rachida Benkhelil. La pianificazione delle nascite è adesso integrata nelle pratiche sociali. L’obiettivo di un indice di sostituzione di generazioni sarà sicuramente raggiunto, in Algeria, entro il 2010.” Ma, secondo gli specialisti le maghrebine rischiano di non fermarsi lì. È prevedibile, e addirittura quasi certo, che le nascite continuino a calare, per raggiungere senza dubbio abbastanza rapidamente soglie inferiori a due bambini per donna, come è successo nei paesi a Nord del Mediterraneo. Tanto più che l’esperienza in materia di calo delle nascite dimostra che i paesi che hanno iniziato più tardi – Grecia, Spagna, Italia – sono anche quelli che sono scesi più in basso. Ciò nonostante, per un certo periodo – fino al 2050, secondo gli esperti – la popolazione continuerà a crescere, nella misura in cui sono le generazioni più numerose che arrivano oggi all’età adulta e che procreeranno. Ma il calo delle nascite trasforma la piramide delle età. “Gli Stati del Maghreb, prevede Jacques Vallin, conosceranno un periodo aureo dal punto di vista demografico, cioè un periodo durante il quale avranno molti adulti attivi e pochi giovani e vecchi, fino al 2020 circa. Ma, in seguito, le generazioni ridotte arrivate a loro volta all’età adulta avranno difficoltà a far vivere le generazioni numerose, che saranno invecchiate. E questa evoluzione sarà molto più brutale che da noi.” Un’evoluzione che fa dire ad Aziz Ajbilou che c’è bisogno da adesso di “trarre le lezioni da quanto è successo nei paesi sviluppati e cominciare a riflettere”. Visto che anche il Maghreb dovrà confrontarsi, tra qualche decennio, col problema dell’assunzione di persone anziane. Nell’attesa, le recenti evoluzioni pongono già problemi di società. Il divieto che pesa sulle relazioni sessuali al di fuori del matrimonio è difficile da vivere se le donne si sposano sempre più tardi e il 35% dei cittadini uomini è celibe. Ancora rari, si cominciano anche a veder spuntare, tra le donne, casi di nubilato “definitivo”. Professoressa in un’università algerina, Meriem ha vissuto a lungo senza porsi il problema. “Oggi, dice, a 52 anni, è evidente che ho rinunciato al matrimonio. Ero talmente obnubilata dagli studi, poi dal lavoro, che non mi ero resa conto del passare del tempo. Ho messo la carriera davanti a tutto. Adesso, vivo soltanto per questo.”

Dominique Lagarde, Mounia Daoudi, Baya Gacém
(Traduzione di Francesca Auriemma e Fabio Boscaino)
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