La Donna nel Mediterraneo
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Dibattito tra donne in terra d’Islam
Tratto da Le Monde Diplomatique,

Le Monde Diplomatique, aprile 2004

Il premio Nobel per la pace attribuito a Chirine Ebadi – prima volta per una donna musulmana – ha attirato l’attenzione del mondo sulla lotta degli Iraniani per l’uguaglianza dei diritti, che sembra essere il segno di un sensibile progresso in Iran. Ma il presidente Mohammad Khatami ha minimizzato il conferimento di questo premio ritenendolo “poco importante”. Così facendo ha alimentato la delusione degli Iraniani. Del resto, le elezioni legislative del 20 febbraio 2004 hanno segnato il fallimento di sette anni di tentativi per riformare la rivoluzione islamico-teocratica.
Dal canto suo, il Marocco ha adottato dall’inizio dell’anno una nuova legge sulla famiglia (moudawana). Una riforma epocale, poiché tramuta in legge l’uguaglianza tra uomini e donne. Il Marocco è, dopo la Tunisia, il secondo paese arabo-musulmano a fare tale passo. Apparentemente aperto alle riforme, il re Mohammed VI, al trono dal 1999, esercita un potere assoluto e, fatta eccezione per la legge sulla famiglia, le sue spinte democratiche restano limitate. La popolazione, come quella dell’Iran, è depoliticizzata, senza fiducia nelle autorità. Non è l’unico punto in comune. Proprio come l’Iran, il Marocco è uno Stato islamico. Il re è contemporaneamente capo di Stato e capo religioso, “comandante dei credenti” (Amir Al-Mouminin). L’osservanza dei riti islamici è obbligatoria per i musulmani, anche se, l’anno scorso, ai refrattari del ramadan non sono state inflitte ammende. Il paese resta conservatore, tradizioni e islam si rafforzano reciprocamente.
In Iran e in Marocco, ci sono stati progressi all’interno dello stesso contesto islamico, attraverso l’ ijtihad (studio individuale delle fonti religiose) e il tafsir (esegesi del Corano). Le donne hanno avuto un ruolo attivo. Si definiscono militanti dei diritti delle donne: la maggior parte, soprattutto in Marocco, rifiuta il termine “femminismo” che giudicano troppo restrittivo, visto che rimanda ad un’epoca e ad uno spazio che non gli appartengono; queste donne rappresentano un ampio ventaglio che va dall’islamismo alla laicità – altra parola che mette a disagio molte di esse in entrambi i paesi.
La riforma della legge marocchina sulla famiglia è il frutto di un lungo processo, sostenuto dal re e da un movimento di donne vigorose, condotto nel panorama stesso della charia (legge islamica). Ormai le donne dispongono di uno statuto legale identico a quello degli uomini; hanno il diritto di intraprendere una procedura di divorzio, condividono i diritti all’interno della famiglia e non sono più sotto la tutela di un uomo della famiglia (padre, fratello o marito); sono libere e indipendenti. Ma bisognava accettare dei compromessi. La poligamia, per esempio, esplicitamente autorizzata dal Corano, non è stata abolita, anche se è divenuto quasi impossibile praticarla.
Tuttavia, tradurre i principi della riforma in articoli di legge non è stato semplice. Un precedente progetto di riforma, il “Piano per l’integrazione delle donne nello sviluppo”, fu proposto nel 1999 dal primo ministro socialista Abderrahman Youssoufi, poi presentato alla Banca mondiale – con aspre critiche del ministro degli Affari Islamici, Abdelkebir Alaoui M’Dghari. Solo successivamente il dibattito è divenuto pubblico, il governo ha fatto un passo indietro e si sono formati due schieramenti: i militanti dei diritti della donna, che hanno creato la Primavera dell’uguaglianza, e, nel campo opposto, gli islamici e i loro allievi conservatori.
A Rabat, il 12 marzo 2000, diverse manifestazioni a sostegno del Piano hanno raggruppato tra le 100 000 e le 200 000 persone, con la partecipazione di gruppi di donne, di movimenti per i diritti umani e di partiti (con almeno sei ministri in carica). A Casablanca, una contro-manifestazione islamista, denunciando il Piano di essere pro-Occidente e antimusulmano, ha mobilitato una folla nettamente più numerosa. Il progetto fu quindi annullato.
Il re, poi, ha nominato una commissione di quindici membri per rendere il Piano conforme alla legge islamica. Tra le tre donne della commissione figura Nouzha Guessous, cinquantenne professoressa presso la facoltà di medicina e di farmacologia di Casablanca, membro fondatore dell’Organizzazione marocchina dei diritti umani (OMDH), priva di etichette politiche. Si dichiara femminista, “ma, sottolinea, nel senso ampio del termine”: “inserisco la mia azione nell’universale e non credo che ciò sia in contraddizione con i principi fondanti dell’islam.” A suo avviso, la denuncia del carattere antimusulmano del Piano ha obbligato “gli intellettuali marocchini e le organizzazioni di donne a elaborare delle solide argomentazioni fondate su basi musulmane al fine di provare che le loro proposte non sono dettate da organismi internazionali o da culture occidentali, ma che sono ben radicate nel nostro patrimonio arabo-musulmano. Si tratta del cambiamento tattico più importante nella lotta delle donne”. La lettura del discorso nel quale il re presenta il progetto è esemplare: ognuna delle riforme è legittimata da un riferimento al Corano e alle tradizioni profetiche. Allo stesso tempo, Mohammed VI ha sottoposto il testo al Parlamento, avviando una procedura democratica.
In un certo senso, i cinque attentati-suicidi che hanno ucciso 45 persone a Casablanca, il 16 maggio 2003, traumatizzando la popolazione, hanno accelerato le decisioni. Se i terroristi appartengono alla djihad salafista legata ad Al-Qaida, molti Marocchini attribuiscono la responsabilità di quegli attentati al movimento islamico locale, la cui antenna parlamentare è il Partito della giustizia e dello sviluppo (PJD). Di colpo quest’ultimo si è affrettato ad approvare il progetto revisionato.
Come spiega Nouzha Guessous, “gli avvenimenti del 16 maggio hanno risuonato come un campanello d’allarme sui rischi di derivazione estremista, e obbligato tutti a prendere posizione, compreso lo Stato marocchino. Esso ha infatti affermato che non era il caso di ritornare sulla scelta del Marocco di costruire uno Stato democratico, aperto, tollerante. Quegli avvenimenti hanno anche rafforzato il bisogno di essere nettamente in conformità con i principi dell’Islam”.
Il politologo marocchino Mohamed Tozy definisce rivoluzionaria questa riforma del codice della famiglia. Ma, secondo il suo parere, dovrà essere accompagnata da uno sforzo di educazione e di cambiamenti sociali. Come conferma Leila Rhiwi, professoressa di comunicazione presso l’università di Rabat e coordinatrice della Primavera dell’uguaglianza, facendosi testimone di una paura molto diffusa nel paese: “ Questa legge è d’importanza capitale; sostituisce l’uguaglianza alla sottomissione. Ma temo che, sul campo, davanti ai tribunali, non venga applicata. Lasciamo troppo spazio ai magistrati.” E aggiunge: “sono musulmana per quanto riguarda l’apporto culturale dell’islam, ma mi inscrivo nel registro della laicità. Non rifiuto di essere definita “femminista laica”. Si è iniziato a parlare di laicità e allo stesso tempo di democrazia, soprattutto dopo il 16 maggio…
Consulente di management e segretaria generale di un’organizzazione per i diritti umani, il Forum verità e giustizia, Khadija Rouissi, quarant’anni, rivendica il suo femminismo tutto laico. Anche lei ha paura che “i giudici e i magistrati, tutti uomini, non mettano in opera la nuova riforma”.
Cosa ne pensano le donne islamiste, come Nadia Yassine, portavoce di Jama’a Al-Adl wal-Ihsan (Giustizia e carità) il cui padre, Cheikh Abdessalam Yassine, settantasei anni, fondatore del movimento, ha scritto che c’era bisogno di “islamizzare la modernità e non di modernizzare l’islam”? Yassine si considera una “militante sociale neo-sufita” e rifiuta il termine femminista. Ammette che la decisione di manifestare contro la riforma, nel 2000, ha costituito “un errore tattico. Si trattava di un gesto politico, destinato a mostrare la forza degli islamismi. Ma anche noi ci opponevamo alla riforma per il fatto che era emersa dalla conferenza di Pechino. La nostra società probabilmente è malata, ma dobbiamo trovare dei rimedi al suo interno. Le donne occidentali non avevano diritti prima che si battessero per ottenerli. Da noi è accaduto il contrario: ne siamo state pian piano private”. E, soprattutto, dice che “il nostro mondo è spirituale per natura. I diritti delle donne comportano tre poli: gli uomini, le donne e Dio. Noi leggiamo e rileggiamo i testi sacri: ciò è stato controproducente per le donne all’epoca del califfo Mou’awiya che le trasformò in schiave. Rivendichiamo nuovi diritti, per un’armonia migliore all’interno della famiglia. I diritti delle donne possono divenire deleteri e portare al fallimento della famiglia”. Yassine approva la riforma ma critica le sue deficienze: “La nuova legge dovrebbe andare oltre e accordare alle donne il diritto di decidere a quali condizioni accettare la poligamia e il ripudio. Essa, inoltre, non tocca la questione dell’eredità per le donne”.
Il suo movimento, Al-Adl wal-Ihsan, è influente soprattutto nelle città e nelle università: esso diffonde la speranza di cambiamento a tutti i livelli, spirituale, politico, culturale. Contesta lo statu quo del re ed è legittimato da un vero sostegno popolare. La maggior parte dei suoi seguaci vota PJD, partito religioso conservatore che fa presa sui Marocchini legati alle tradizioni. “Le nostre idee sono molto diverse da quelle del PJD, sottolinea però Hakima Mukatry, una dirigente di Al-Adl wal-Ihsan di Rabat. Loro accettano di recitare una parte nel gioco politico, noi no. Molte donne che hanno sofferto sotto la vecchia moudawana sono attratte da Al-Adl wal-Ihsan, come nel caso di Najia Rahman, quarantaquattrenne di Oujda, città all’est della nazione. Era una ribelle: rifiutava di coprirsi il capo o di pregare. Si è sposata. Peggio. Dopo anni di maltrattamenti, i suoi occhi cadono sugli scritti di Cheikh Abdessalam Yassine: “mi sono detta: incredibile! E non come Hassan al-Banna o Sayyid Qotb. Qualcosa è scattata nella mia testa e ho immediatamente aderito. Sono passati diciotto anni da allora. I militanti mi hanno incoraggiata al divorzio, a riprendere la mia carriera, a riflettere. Tra poco, mi laureo in psicologia.” La legge sulla famiglia? “Non mi aiuterà a percepire 'gli alimenti'. Il problema non è la legge: è la mentalità, la corruzione, la mancanza d’istruzione delle persone che presiedono i tribunali di primo grado.” Riuniti in privato a Casablanca, i membri del movimento scambiano liberamente i loro punti di vista su diversi temi, alla presenza di alcune donne (Al-Adl wal-Ihsan è per la partecipazione di entrambi i sessi) e sotto la presidenza di Nadia Yassine. Per loro bisogna “desacralizzare la storia musulmana, reinterpretarla, cambiare le persone e rieducarle dalla A alla Z.” Dicono di essere “pronti ad avere un ruolo politico, ma solo se questo mondo non ha trucchi, cosa che il palazzo è incapace di garantire. E non vogliamo solo una riforma elettorale, ma una vera riforma costituzionale. Il palazzo sa che contestiamo la sua legittimità. Ma contestiamo anche i privilegi di cui gode il movimento delle donne laiche: si tratta dell’élite francofona.” Anche le donne marocchine sono divise in due schieramenti monolitici che si odiano e forse non si avvicineranno mai.
In Iran, la situazione è completamente differente e le alleanze sono sorprendenti. Le militanti si ascrivono a un numero di categorie stupefacente: da tradizionaliste a moderne, da islamiste a laiche, da conservatrici a progressiste passando per il centro liberale, con infinite varianti. Ciò nonostante, molte militanti s’identificano, almeno in partenza, nel movimento riformatore guidato dal presidente Mohammad Khatami, nel suo discorso sulla società civile, la libertà d’espressione e l’importanza del diritto, contro la forte opposizione, a volte violenta, dei “duri a morire” della teocrazia conservatrice. In effetti, le donne e le loro rivendicazioni d’uguaglianza rappresentano una delle chiavi di volta di tutto il movimento per le riforme democratiche.
I loro successi sono assai modesti. Prima di tutto perché le leggi approvate dal Parlamento possono essere annullate dal Consiglio dei Guardiani che possiede il diritto di veto. Così, dal 29 novembre 2003, le madri iraniane divorziate hanno ottenuto la possibilità di conservare il mantenimento dei propri figli fino all’età di sette anni (contro i due di prima). Avevano già quello delle figlie femmine fino a sette anni, grazie agli sforzi di Chirine Ebadi, che ha attirato l’attenzione su questo tema nel 1997, quando ha difeso la madre divorziata di una bimba di sei anni, Aryan, morta sotto il tetto paterno a causa dei maltrattamenti inflitti dalla suocera e dal fratello di quest’ultima. Dopo due decenni di dinieghi, questa piccola apertura è apparsa come un considerevole passo in avanti. Nel giugno 2002, dopo un lungo percorso, l’età minima per sposarsi è passata a 13 anni per le ragazze e a 15 per i ragazzi. Un compromesso. Infatti la legge votata in Parlamento preconizzava 15 anni e 18 anni.
Tuttavia, dal 2001, ogni donna che ha compiuto i 18 anni ha il diritto di viaggiare all’estero senza autorizzazione, tranne se sposata; deve, in tal caso, ottenere il permesso del marito.
Ma altre leggi approvate, dal 2000, dal Parlamento sono state annullate: la legge sulla stampa e il divorzio, il divieto di tortura nelle prigioni, l’adesione alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw). Ancora oggi, la vita di una donna vale meno di quella di un uomo. Il “premio di sangue” (compenso assicurativo pagato in caso di incidente o decesso) resta inferiore della metà rispetto a quello che è corrisposto per un uomo (allo stesso modo, l’adepto di una religione minoritaria vale la metà di un musulmano).
C’è poi il problema dell’obbligo del tchador (il cui non-rispetto può portare fino a 74 colpi di frusta). Dopo anni di silenzio, sotto la presidenza Khatami, la questione è stata finalmente sollevata da religiosi riformatori che si sono espressi in diverse pubblicazioni. Il più conosciuto è l’ex ministro degli Interni, Abdollah Nuri che, per avere spiegato che la charia obbliga la credente a coprirsi il capo e il corpo ma non dice niente a proposito di chi non crede, finì in prigione per cinque anni.
I nuovi dibattiti sono resi pubblici grazie alla rivista mensile Zanan (Donne), fondata nel 1992 da Shahla Sherkat e divenuta celebre grazie a un impegnato femminismo che non si allontana troppo dall’islam. Zanan rappresenta in qualche modo la tiratura più importante della stampa femminile con 40 000 copie vendute contro le 5 000 del suo concorrente più importante. “Quando ho lanciato Zanan, racconta Shahla Sherkat, volevo solo fare qualcosa di utile. C’è stato bisogno di tanto coraggio. La parola “femminista” era un’ingiuria. Non volevo passare per una partigiana del femminismo, volevo semplicemente discuterne. Il femminismo, fenomeno nuovo, può incoraggiare le donne a protestare insieme contro le ineguaglianze tra i sessi. È per questo che rifiuto di accollare alle donne aggettivi come “islamista” o “laica”. Non mi preoccupo troppo delle etichette. Sono semplicemente femminista”.
Durante una conferenza a Berlino nel 2000, Shahla Sherkat parla pubblicamente della questione del tchador. Altri conosciuti riformatori ne prendono parte e vengono puniti con lei – Shahla Sherkat condannata a sei mesi di prigione con condizionale. Shahla Lahiji, militante per i diritti umani e direttrice da vent’anni delle edizioni Roshangran, a quattro anni e mezzo (pena ridotta a sei mesi) per aver parlato di censura.
La questione delle donne è ancora molto delicata, spiega Shahla Lahiji. Il termine “femminista islamica” crea un problema: le persone immaginano che tu ti creda superiore agli uomini e che possa iniziare a passeggiare nuda. Il punto è che la religione si è immischiata alla vita privata: dobbiamo separare religione e Stato. Loro vorrebbero aumentare la segregazione, con giardini pubblici e autobus riservati alle donne, etc. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è istruire gli uomini.” A Shahla Lahiji è vietato prendere la parola in pubblico. Come tutti in Iran, lei accetta la regola. E porta il tchador “perché lo vuole la legge. Anche se non amo ciò che c’è dietro: «Voi, donne, siete il cuore del peccato»”.
Tuttavia è piena di speranze ed evoca gli effetti della guerra contro l’Irak degli anni 1980: “Molte donne sono divenute capo-famiglia e questo ha dato loro fiducia. La nuova generazione fa cose sorprendenti. Guardate il cinema! Non ci sono molti ruoli femminili, e non ci possono essere contatti fisici tra i due sessi, ma molti registi famosi sono donne! E tutte le diplomate? L’anno scorso, più del 62% degli studenti del primo anno era costituito da donne. Nonostante tutti i limiti imposti, è una magia!
Noushin Ahmadi Khorasani, 35 anni, è un’altra personalità aperta e laica. Pubblica un trimestrale, Fasl Zanan (La Stagione delle donne), e milita per i diritti umani. Dirige, con Parvin Ardalan, il Centro culturale delle donne. Mettono in scena spettacoli pubblici dal 1999, malgrado il costante accanimento ufficiale. Sono riuscite a creare un’associazione non-governativa, anche se ci sono voluti due anni: non hanno nessuno dei vantaggi o finanziamenti di cui hanno diritto le associazioni non laiche. Armadi Khorasani e Ardalan si definiscono apertamente femministe: “E siamo laiche. Non c’è neanche bisogno di dirlo. In Iran, ciò è implicito nell’espressione “diritti umani”, che sottintende la separazione tra religione e Stato. Fino a due anni fa, anche la parola femminista era sinonimo di laico. La stessa Chirine Ebadi non si definiva femminista all’epoca.
Dal canto suo, Azam Teleqani, direttrice della rivista riformatrice Payam-e-Hajer (Il Messaggio di Hajer), attualmente censurata, è una militante di vecchio stampo, iscritta nel filone nazional-religioso. Questa donna, figlia di un celebre ayatollah, attempata e malata, resta molto rispettata. “Gli uomini dovrebbero rivalutare lo status delle donne, ma mi preoccupa la situazione di tutta la società, non solo delle donne.” Nonostante il precario stato di salute, si è candidata alle ultime elezioni presidenziali, “per testare la Costituzione: non c’è ragione che vieti a una donna di candidarsi”. Nell’estate del 2003, ha protestato da sola, tutto il giorno, sotto un caldo opprimente, contro la morte in prigione, il 12 luglio, della giornalista irano-canadese Zahra Kazami, arrestata per avere fotografato la prigione di Evin. Come definisce se stessa questa donna indomabile? Sorride: Se lo sapessi, sarei sicuramente più efficace. Spero di saperlo prima di morire.
Mahboubeh Ommi Abbasqolizadeh, 44 anni, dirige dal 1993 il trimestrale Farzaneh (Saggio), prima rivista iraniana dedicata agli studi femministi (women’s studies). Dirige anche molteplici organizzazioni, governative e non. Si racconta che il suo successo provenga dal fatto che ha saputo restare vicina all’establishment islamico. Racconta il suo itinerario: “Ero un’islamista all’epoca della rivoluzione. Poi, negli anni ’80, ho studiato in Egitto, ho compreso il senso dei rapporti sociali tra i sessi e sono diventata femminista-islamista che significa lottare per il progresso attraverso ciò che noi chiamiamo la “djihad dinamica”. Ma, oggi, sono cambiata ancora, mi definisco femminista musulmana e mi appoggio ai movimenti degli intellettuali religiosi.
Tra questi ultimi, una delle personalità più rispettate, Hamidreza Jalaeipour, professore di sociologia all’università di Teheran, spiega: “Sono musulmano, ma non islamista. Non credo all’islam in quanto ideologia. Noi, intellettuali religiosi, crediamo in una “laicità obiettiva”, nella separazione tra religione e Stato in quanto istituzioni, ma non in termini di cultura.” Per lui, “l’Iran ha attraversato una fase fondamentalista: molti fra noi sono diventati dei post-fondamentalisti e predichiamo un islam minimale.” Un esempio di “laicità obiettiva”? “La Turchia, forse, sotto l’attuale governo del Partito della giustizia e dello sviluppo, vi è più vicina.” Mahboubeh Abbasqolizadeh osserva : “Visto che non godiamo di laicità, questa per noi rappresenta la democrazia. Credo che sia possibile riconciliare islam e democrazia. La difficoltà sorge nel momento in cui si deve applicare questo principio alle donne. È un’idea completamente nuova. »
Le donne, come Chirine Ebadi, hanno un’importante ruolo da assolvere. Dalla sua modesta dimora di Teheran, velo di un blu intenso sul capo, quest’avvocatessa di 56 anni, militante per i diritti delle donne e dei bambini, crede ancora che la riforma e l’islam siano compatibili. “Ad ogni modo, la Costituzione preannuncia la propria revisione in caso di necessità: essa prevede una procedura referendaria con possibilità di modificare la legge. Le riforme, quindi, non sono impossibili.” Per quanto riguarda le donne, assicura: “Il movimento delle donne è ogni giorno più organizzato e più solido. Le donne iraniane sono sufficientemente istruite e non hanno bisogno di capi. Sono unite, coraggiose, coscienti. E continueranno a battersi per l’uguaglianza dei diritti.” Chirine Ebadi si definisce musulmana. Come Nouzha Guessous in Marocco, sa che bisogna trovare un terreno d’intesa in cui l’islam possa coesistere con i diritti universali e la democrazia.

Wendy Kristianasen
(Traduzione di Francesca Auriemma e Fabio Boscaino)



Il consiglio dei Guardiani della rivoluzione ha squalificato 2 500 candidati riformisti. Ma i riformisti, che avevano ottenuto il 70% dei seggi nel 2000, ne hanno totalizzato soltanto 43 su 289. La partecipazione è stata del solo 28% a Teheran e del 50,6% in tutto il paese. Leggi Bernard Hourcade , « [11001] », Le Monde diplomatique, febbraio 2004.

Conferenza internazionale sui diritti delle donne che si è tenuta a Pechino nel 1995, sotto l’egida delle Nazioni unite.

Primo califfo della dinastia degli Ommeyades (657-680).

Secondo Nadia Yassine, il movimento conta centinaia di migliaia di simpatizzanti; l’islamologo Mohamed Tozy li stima tra i dieci e i ventimila.

Rispettivamente, fondatore dei Fratelli musulmani nel 1928 e uno dei loro teorici che sarà condannato a morte in Egitto nel 1965.

Vedi Azedeh Kian, Des femmes iraniennes contre le clergé, Le Monde diplomatique, Novembre 1996.

Negli anni 1980-1990, sono state introdotte delle riforme: le donne possono studiare alcuni temi proibiti in precedenza; l’accesso al planning familiare e la contraccezione sono diventati liberi; delle donne sono state nominate magistrati consultativi (Chirine Ebadi aveva ottenuto il posto di magistrato nel 1979).

Vedi Ziba Mir-Hosseini, « The Conservative-Reformist Conflict over Women’s Rights in Islam », International Journal of Politics, Culture and Society, n° 16 (1), Boston, autunno 2002 ; « Debating Women : Gender and the Public Sphere in Post-Revolutionary Iran », Civil Society in Comparative Muslim Contexts, I. B. Tauris & Institute of Ismaili Studies, Londra, 2002 ; Islam and Gender : the Religious Debate in Contemporary Iran, Princeton University Press, 1999, e I. B. Tauris, Londra, 2000.
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