La Donna nel Mediterraneo
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Il Maghreb non segue l’esempio di Tunisi
Tratto da Le Monde

Le Monde – 16/12/2001

A eccezione della Turchia, le donne sono generalmente considerate come cittadine di seconda fascia, o meglio come secondarie nei paesi musulmani. Ma la loro condizione varia notevolmente da una regione all’altra secondo le diverse applicazioni della legge islamica.

Nella nostra società, ogni volta che una donna occupa un ruolo importante gli uomini hanno l’impressione che gli venga rubato il posto”. Militante femminista di vecchia scuola, impegnata al fianco della sinistra socialista marocchina, Batoul Badraoui non è una passionale. Analizza la società del proprio paese con uno sguardo che è allo stesso tempo severo e tenero, privo di indulgenza e sereno: “Bisogna avere fiducia. Il tempo, la vita lavorano per noi. Non scenderemo in strada per fare la rivoluzione.
Il Marocco è molto indietro rispetto alla Tunisia, dove la poligamia e il ripudio sono interdetti, il divorzio è entrato a far parte dei normali costumi e la scolarizzazione delle fanciulle è diffusa. Bourguiba ha inventato, dal 1957, una sorta di “femminismo di Stato”, mai più messo in discussione. Il padre della Tunisia indipendente aveva bisogno delle donne per “costruire il fondamento della sua politica modernista”, spiega l’universitaria Sana Ben Achour. Non è un caso se, quasi cinquant’anni dopo, ritroviamo le donne della “generazione Bourguiba” onnipresenti e battagliere, agli avamposti dell’opposizione, da Radia Nasraoui, avvocatessa responsabile di tutti i processi politici, a Sihem Benzedrine, portavoce del Consiglio nazionale per le libertà in Tunisia (CNLT).
Nel paese di Mohammed VI – il Marocco - si è ancora lontani da questa situazione. La legge sfavorisce la donna in modo chiaro: per sposarsi, una marocchina deve ottenere il permesso del proprio tutore legale – in genere suo padre; per un uomo è più facile divorziare rispetto alla propria sposa; in caso di eredità, le donne ricevono la metà di ciò che spetta agli ereditieri maschi, mentre il ripudio si sviluppa sempre più. Lo sposo non deve giustificare il ripudio della propria donna dinanzi al tribunale. Il giudice è lì solo per prenderne atto, per assolvere il ruolo di conciliatore e, in caso di fallimento, per fissare l’importo della pensione per gli alimenti.
Due anni fa, la pubblicazione di uno voluminoso documento governativo – il Progetto nazionale per l’integrazione della donna – offriva l’occasione di modernizzare i testi. Non si erano fatti i conti con l’opposizione virulenta di una parte dei “barbus” esasperati all’idea che si potesse alzare l’età per contrarre matrimonio dai quindici ai diciotto anni, sostituire il divorzio giudiziario all’annullamento, sopprimere la poligamia ed eliminare eventuali nuovi legami della madre tra i motivi validi per toglierle la custodia dei figli… In alcune manifestazioni successive, il progetto è stato affossato con cura dal governo del socialista Abderrahmane Youssoufi (una sola donna ne fa parte) e il dossier di riforma dello statuto della donna è stato trasmesso a Mohammed VI. Il Comandante dei credenti non ha deliberato, ma ha preferito passare la spinosa questione a una commissione consultativa di cui fanno parte tre donne e una quindicina di uomini.
La commissione si affretta lentamente. A inizio dicembre, propone di cominciare con l’applicare la riforma dello status della donna adottata dieci anni prima, sotto Hassan II, ma rimasta essenzialmente inapplicata. “È una buona cosa, ma la parte difficile deve ancora venire. La commissione non si è data nessuna scadenza per proporre delle modifiche supplementari. Ci vedranno in prima linea”, tuona Batoul Badraoui.
La donna algerina non è messa meglio. Erede della chariaLegge islamica, il Codice della famiglia è una “camicia di forza”, riassume la giornalista Ghania Moufok. Esso vieta alle donne di sposarsi (a prescindere dall’età) senza il consenso del proprio tutore; conferisce solo al padre la tutela dei figli; autorizza il ripudio; condanna le donne divorziate a lasciare il tetto coniugale… “Anche se imbottita di lauree e diplomi, la donna algerina è handicappata a causa della sua posizione d’inferiorità”, fa notare la documentarista Samia Chala.
Dimenticando le sue vaghe promesse, il presidente Bouteflika si è ben guardato dal modificare lo status della donna. Anche se timidi, gli emendamenti del Codice della famiglia aspettano, da anni, sulla scrivania dell’Assemblea popolare nazionale (APN), mentre la riforma dell’insegnamento (le ragazze sono meno scolarizzate degli uomini) non fa passi in avanti, nonostante la presenza di una femminista convinta, Khalida Messaoudi, al fianco del Capo di Stato. La crisi politica che attraversa il paese da più di dieci anni non permette di trattare questioni che dividono la società.

Jean-Pierre Tuquoi
(Traduzione di Francesca Auriemma e Fabio Boscaino)



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