La Donna nel Mediterraneo
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Il divieto di bere vino per le donne Romane

Nel secondo libro delle Antiquitates Romanae (2, 25, 6), Dionigi di Alicarnasso racconta con stupore come Romolo avesse concesso ai mariti il diritto di punire con la morte la moglie che si fosse macchiata di adulterio o che fosse stata sorpresa a bere vino. Riguardo a quest’ultimo ‘reato’ Dionigi commenta che la stessa cosa, presso i Greci, sarebbe stata considerata di ben poco conto, la più piccola delle colpe. I Greci restavano dunque colpiti dalla severità con cui i Romani, sin dalle origini della loro storia, giudicavano il consumo del vino da parte della donna. ‘Applicazioni pratiche’ di questa legge risalenti all’epoca arcaica si potevano trovare nella letteratura degli exempla. Sappiamo così che un certo Egnazio Mecennio uccise la moglie a frustate per averla sorpresa a bere: una punizione che, sembra, non fu per l’uomo motivo né d’accusa né di biasimo da parte della comunità; e un’altra sventurata matrona fu costretta dai parenti a morire d’inedia addirittura per il solo fatto di aver aperto la cassetta che conteneva le chiavi della cantina. A questi esempi ‘storici’ di donne punite per aver bevuto vino si affianca un racconto mitico, che ha come protagonista una divinità femminile venerata a Roma con il nome di Bona Dea. Bona Dea era in origine la moglie dell’indovino Fauno; sorpresa a bere di nascosto del vino, fu frustata dal marito con rami di mirto, fino a morirne. Il vino e il mirto, rispettivamente causa e strumento della punizione di Bona Dea, sono così banditi dal rituale celebrato in suo onore: il mirto non può comparire tra le piante con cui si adorna nelle case l’altare della dea, mentre il vino, usato per le libagioni, entra in scena sotto il falso nome di ‘latte’, e racchiuso in un vaso che porta il nome di mellarium, ‘vaso da miele’.
Ma perché il vino è vietato alle donne? Quali potenzialità negative racchiude? I Romani sembrano concordi nella risposta da dare a questo interrogativo. Il consumo del vino costituirebbe per le donne l’anticamera dell’adulterio: “L’uso del vino era, un tempo, ignoto alle donne romane, naturalmente ad evitare che si lasciassero andare a qualche gesto indecoroso, perché il grado successivo all’intemperanza che si deve al padre Libero si risolve generalmente nell’amore illecito, ad inconcessam venerem” (Valerio Massimo, Detti e fatti memorabili 2, 1, 5).
Il vino ha una serie di effetti pericolosi. Esso innanzitutto ‘scioglie la lingua’, conferendo a chi lo consuma un’eccessiva libertà di parola: un risultato questo particolarmente sgradito nelle donne, a cui il codice comportamentale dell’antica Roma imponeva il silenzio e la riservatezza. L’ubriachezza ha inoltre il potere di accrescere la libido: anche in questo caso un grande pericolo per le donne, creature a cui il mondo romano attribuiva una sessualità già di per sé ipertrofica, e difficilmente controllabile. La donna che consuma vino, insomma, cede inevitabilmente alle passioni illecite. Dionigi di Alicarnasso, nel passo da cui siamo partiti, definisce infatti l’ubriachezza come “fonte di adulterio”. Se torniamo alla vicenda di Bona Dea, questo legame tra vino e contaminazione sessuale si ripropone puntualmente in una seconda versione del mito, conservataci da Macrobio. Nei suoi Saturnalia (1, 12, 24) leggiamo infatti che Bona Dea si chiamava in origine Fauna, ed era non la moglie, bensì la figlia di Fauno. Divinità incline all’eros incontrollato, Fauno si innamorò della figlia, che rifiutò inorridita le sue offerte amorose. L’incestuoso padre provò allora a piegare la resistenza della figlia ora con l’inganno, ora con la violenza: dapprima tentò di farla ubriacare per indurla a perdere ogni controllo di sé, poi la frustò con rami di mirto. Il ruolo rivestito dal vino nel mito è stavolta diverso: il suo consumo da parte della donna non è la colpa che si vuole punire, ma lo strumento con cui si tenta di insidiare la purezza della fanciulla. La contaminazione sessuale (nella sua forma peggiore ed estrema, l’incesto) è l’esito a cui il vino dovrebbe condurre Fauna secondo le aspettative del padre: il vino è dunque qualcosa di negativo, che può mettere in pericolo la castità della donna, arrivando a sovvertire anche le più profonde ed elementari regole su cui si basa il vivere sociale. Donna e vino appaiono dunque nella cultura romana come due sfere inconciliabili, che è bene non porre in contatto. Del resto, oltre a metterne in pericolo la condotta sessuale, il vino ha sulla donna degli effetti negativi anche per quanto riguarda le funzioni riproduttive. Sorano, autore di un noto trattato di ginecologia di età traianea, sostiene che questa bevanda, consumata durante il primo mese di gravidanza, può arrivare a procurare l’aborto (1,64,1); la sua ingestione in grandi quantità impedirebbe alla donna di trattenere in sé il seme maschile, motivo per cui il vino compare come ingrediente delle pozioni anticoncezionali (1,46,2 e 1,63,1); e non mancano addirittura i vini che, secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio, possono rendere sterili (Storia Naturale 14, 117). Il vino, concludendo, è visto nel mondo latino come un liquido ‘incompatibile’ con la donna, e patrimonio esclusivo dell’uomo. Al mondo femminile sono riservate, piuttosto, altre bevande. Va ricordato in primo luogo il latte, che la donna stessa è in grado di produrre dal suo corpo: le matrone romane veneravano infatti una dea chiamata Rumina (dal termine ruma, “seno femminile”), che simboleggiava la funzione di ‘nutrice’, ed alla quale era vietato fare offerte di vino. Era poi permessa alle donne la consumazione di una serie di bevande simili al vino, ma che i Romani sentivano come ben diverse dal temetum, il vino vero: sono i cosiddetti dulcia, i “vini dolci” nei quali l’ingrediente di base, il vino, veniva alterato dall’aggiunta di elementi estranei, come acqua e profumi. Gellio (Notti attiche 10, 23, 2) ce ne ricorda i nomi: la lora (il ‘vinello’ o ‘acquarello’, ricavato dalla macerazione in acqua della feccia); il passum (il succo della spremitura dell’uva passa, lasciata ad appassire al sole dopo la maturazione); la murrina (vino aromatizzato con mirra); la sapa (il mosto cotto); ed infine il defrutum, un ulteriore derivato della sapa. Così ‘contraffatto’ e ‘snaturato’, il vino non era più avvertito come tale, e ne veniva pertanto concesso l’uso anche alle donne.

Claudia Piazzini
Centro di Studi antropologici sulla cultura antica
Università degli Studi di Siena
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