La Donna nel Mediterraneo
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Divorzio e ripudio

La tradizione attribuiva a Romolo non solo la celebrazione delle prime nozze della storia dell’Urbe - quelle tra i Romani e le Sabine rapite -, ma anche la creazione di leggi che regolavano lo scioglimento del legame matrimoniale. A darcene notizia è la Vita di Romolo del greco Plutarco, in un passo che presenta purtroppo diverse incertezze testuali e che ha dato luogo ad interpretazioni spesso contrastanti.
Stando alla testimonianza di Plutarco, Romolo avrebbe vietato alla donna di abbandonare il marito e la dimora coniugale; al contrario all’uomo era consentito ripudiare la sposa, se quest’ultima si fosse macchiata di gravi colpe. Plutarco ricorda come primo crimine punito con il ripudio la farmakei?a te?knwn, l’avvelenamento dei figli.
L’espressione allude probabilmente all’aborto volontario, una pratica che contrastava apertamente la funzione primaria attribuita alle donne nell’ambito dell’unione matrimoniale: la generazione di figli, nella quale la stessa formula nuziale romana (liberorum quaerendorum causa) identificava lo “scopo”, la finalità delle nozze. I discendenti che la donna doveva garantire al marito erano ovviamente discendenti legittimi, nelle cui vene doveva continuare a scorrere lo stesso sangue degli antenati paterni. E' facile capire allora perché la seconda causa di ripudio della sposa fosse l’adulterio: la donna che si era concessa ad altri uomini metteva infatti in pericolo questo meccanismo di riproduzione nei figli del sangue del marito, facendo nascere il sospetto che nell’albero della parentela si fosse inserito - come un indebito innesto - un elemento estraneo, destinato a sconvolgerne la fisionomia. Più difficile da comprendere è il terzo “crimine” femminile che legittimava il ripudio: la kleidw^n uépobolh?, la “sottrazione” o “falsificazione” delle chiavi. Possiamo pensare che le chiavi di cui parla Plutarco fossero quelle della cantina, proprietà del padrone di casa: la donna era esclusa dalla loro gestione perché non le era permesso consumare il vino, la bevanda che proprio nella cantina veniva gelosamente conservata. Possiamo dunque leggere in questa notizia di Plutarco un riferimento al noto divieto per le donne romane di bere vino. Questa proibizione può a prima vista generare stupore: la consumazione di una bevanda non sembra certo a noi moderni una colpa equiparabile all’adulterio. In realtà i Romani percepivano le due cose come perfettamente equivalenti: ritenevano infatti che bere vino portasse la donna alla perdita di autocontrollo, predisponendola ad un comportamento sessuale sconveniente. La consumazione di questa bevanda proibita denunciava insomma nella matrona una “disponibilità” all’adulterio. Si deve inoltre ricordare che numerosi testi medici e scientifici attribuivano al vino un potere anticoncezionale o addirittura abortivo: la donna che ne fa uso blocca il processo di concepimento, “avvelena” il feto o contamina comunque il latte con cui dovrebbe nutrire il figlio. Come si vede, i comportamenti femminili puniti dalle disposizioni romulee sul ripudio sono tutti riconducibili alla sfera riproduttiva, ovvero alla funzione essenziale che la cultura romana assegnava alla matrona. Non a caso Gellio (Noctes Atticae IV 3, 2) ricorda come il nobile Spurio Carvilio Ruga negli ultimi decenni del III sec. a. C. avesse divorziato dalla moglie, che pure amava e di cui apprezzava i costumi, in ragione della sua sterilità: l’incapacità di quest’ultima di dare un erede al marito costituiva dunque un legittimo motivo di divorzio, pure in assenza di ulteriori “colpe” da parte della donna. Siamo scarsamente informati sulle modalità con cui il ripudio veniva messo in atto. Sappiamo che il marito pronunciava all’indirizzo della moglie una formula (che nelle fonti presenta di volta in volta leggere variazioni), con la quale si invitava la donna ad allontanarsi da casa: ei foras, mulier (Plauto, Casina 212), uxor, vade foras (Marziale, Epigrammata XI 104, 1), o baete foras (questa, forse, la forma più antica dell’imperativo, come doveva comparire nelle Leggi delle XII Tavole, V sec. a.C.), tutte col significato comune di “vattene fuori, moglie”. La formula del divortium (dal verbo divertere, “andare per vie diverse”) metteva, dunque, in rilievo l’allontanamento che la donna subiva dallo spazio che avrebbe dovuto competerle, quello delle mura domestiche. Un’altra formula che i testi latini collegano spesso all’atto del divortium è res suas sibi habere, ovvero “riprendersi le proprie cose” (Plauto, Amphitruo 928; Apuleio, Metamorphoses V 26; Pseudo-Quintiliano, Declamationes 262, 2): in seguito al divorzio, infatti, alla donna veniva restituita la dote. Le testimonianze antiche tendono dunque a presentare la donna come “oggetto”, del tutto passivo, dell’azione del ripudio. Nel passo che abbiamo preso in esame, Plutarco specifica, tuttavia, che non era consentito al marito divorziare dalla moglie per motivi diversi da quelli che abbiamo già ricordato. L’uomo che si fosse reso colpevole di un ripudio “illegittimo” era così colpito da una pesante sanzione pecuniaria: parte del suo matrimonio passava alla moglie, parte veniva consacrata a Cerere, divinità che proteggeva le nozze e la loro stabilità. In generale i Romani non guardavano con favore alla dissoluzione delle nozze. Molti autori ricordano con accenti ammirati la solidità che aveva caratterizzato i matrimoni della Roma arcaica. La tradizione vuole che per ben cinquecento anni la città non avesse conosciuto divorzi e si tramandavano alla memoria i nomi dei primi uomini che avrebbero ripudiato la moglie: il già citato Spurio Carvilio Ruga, a causa della sterilità della sposa; Gaio Sulpicio Gallo, per averla sorpresa fuori casa a testa scoperta; e Publio Sempronio Sofo, la cui moglie si era resa colpevole di aver assistito a dei giochi funebri a sua insaputa. La tarda comparsa di questo fenomeno è interpretata dalle fonti da un lato come indizio dell’efficacia della legislazione romulea in materia di nozze (Il tempo è testimone del pudore, dell’affetto e della stabilità che Romolo riuscì a creare nei matrimoni commenta Plutarco nel Confronto tra Romolo e Teseo, 6, 3), dall’altro come testimonianza delle virtù proprie delle donne antiche, che Plutarco identifica in sottomissione e mitezza (Confronto tra Licurgo e Numa, 3, 12). Quando, a partire dalla tarda repubblica, i divorzi iniziano a diventare una pratica sempre più diffusa, la cultura romana ne associa l’incremento al “malcostume” femminile, ad un’inarrestabile decadenza dei mores delle matrone. Questa denuncia è chiara ad esempio nelle parole di Tertulliano, uno dei primi autori della letteratura cristiana. La diffusione dei divorzi è interpretata come il risultato della perdita di modestia, sobrietà e castità che avevano caratterizzato le donne della Roma arcaica.

Claudia Piazzini
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