La Donna nel Mediterraneo
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Il divorzio nell'antica Grecia

Nella Grecia dei secoli VI-IV a.C. pare fosse abbastanza facile per un uomo e una donna ottenere lo scioglimento del vincolo matrimoniale, anche perché non era previsto un atto legale specifico, come d’altra parte non esisteva alcun atto giuridico che sancisse il matrimonio stesso. Per questo motivo le fonti sul divorzio in età classica sono piuttosto esigue, mentre ben più numerose sono quelle per il periodo ellenistico, grazie al ritrovamento di diversi atti di separazione su papiro provenienti dall’Egitto. Tuttavia è possibile affermare che nel diritto attico erano previste tre ipotesi di scioglimento del matrimonio: il ripudio, l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, lo scioglimento da parte del padre della sposa. Il ripudio da parte del marito, chiamato apòpempsis ( aèpo@pemyiv ) o ékpempsis ( eòkpemyiv ), non aveva bisogno di alcuna giustificazione, il marito poteva ripudiare la moglie quando voleva, alla sola condizione di restituirle la dote. Invece in caso di apòleipsis ( aèpo@leiyiv ), quando, cioè, era la donna a volere il divorzio, questa aveva bisogno dell’intercessione del padre o di qualche altro cittadino di sesso maschile per portare il caso dinanzi all’arconte, che era chiamato a registrare la separazione con un gràmma apoléipseos ( gra@mma th^v aèpolei@yewv ). Questo atto giuridico, che registrava l’avvenuta cessazione della convivenza coniugale, era finalizzato essenzialmente a tutelare la donna, la quale, stando alle fonti (cfr. Iseo, 3, 78 e Demostene 30, 17), pare non agisse da sola, ma perlopiù congiuntamente alla famiglia di origine. Infatti, se cercava di ottenere il divorzio da sola, non solo si esponeva al biasimo della collettività (cfr. Eur., Med. 226 ss.), ma spesso veniva ostacolata con ogni mezzo dal marito. Significativo a questo proposito è il caso della moglie di Alcibiade raccontato da Plutarco. Nel difficile periodo della guerra del Peloponneso, Ipparete tentò di divorziare dallo stratega: lasciò la casa del marito e andò ad abitare con il fratello Callia, poi si recò a far registrare il divorzio presso l’arconte, evidentemente non accompagnata dal fratello, perché al tribunale fu presa da Alcibiade e riportata a casa con la forza. Plutarco, nel commentare quest’episodio, aggiunge che il comportamento di Alcibiade, cui nessuno aveva osato opporsi, non era illegale, dal momento che la legge prevedeva che la donna si recasse dall'arconte in persona in modo da dare al marito un'ultima possibilità, di impedire la separazione. Questa affermazione, in contrasto con le altre fonti, crea numerosi problemi e lascia insolute molte questioni sul ruolo e sulla libertà della donna nello scioglimento del matrimonio.
Infine il terzo caso o aphaìresis ( aèfai@resiv ) è abbastanza singolare, perchè il padre della sposa poteva, per motivi personali, di solito di carattere patrimoniale, sciogliere in qualsiasi momento il vincolo matrimoniale. Ciò si spiega alla luce del fatto che ad Atene una donna passava definitivamente nell'oiùkov del marito solo quando gli dava un figlio, quindi prima di allora ella faceva ancora parte della sua famiglia ed era soggetta all'autorità paterna. Nel caso dell'ereditiera, poi, la legge ateniese concedeva le stesse prerogative del padre anche al parente più stretto della donna.

Il diritto dorico
Per quanto riguarda lo scioglimento delle nozze a Sparta abbiamo pochissime notizie. Erodoto, infatti, ci racconta del re spartano Anassandrida che, avendo sposato una donna che non poteva avere figli, ottenne di non ripudiarla, a patto che ne sposasse un’altra che generasse degli eredi. Da notare che in questo passo il sostantivo usato per indicare il ripudio è eòxesiv, dal verbo eèxie@nai, termini questi diversi da quelli tipici del diritto attico. Tuttavia non siamo sicuri che si trattasse di un tecnicismo del diritto dorico, perché la fonte è comunque attica. In generale, comunque, non abbiamo molte notizie sull’atto di separazione a Sparta, ma è probabile che questa fosse una prassi ancora più semplice e diffusa, dato che le donne doriche godevano di maggiore libertà e potere decisionale e potevano più facilmente risposarsi e curare figli provenienti da matrimoni diversi. Nel codice di Gortina, città dorica anch’essa, la legge regolamentava la divisione dei beni successiva alla separazione, che era indicata con il verbo diakri@nesqai, che allude alla separazione come ad un dato oggettivo, un “separarsi” che prescinde dalla prospettiva del marito o della moglie. Questa stessa oggettività la ritroviamo in un passo delle Leggi di Platone (784b, 3), in cui, pur non alludendo ad una precisa realtà storica, il filosofo usa il verbo diazeu@gnusqai, nel senso di “separarsi” come risultato di una scelta congiunta dei coniugi. Ciò mostra una nuova sensibilità per i rapporti uomo-donna ed anticipa, così, il modo usuale in cui verrà definita la separazione negli atti di divorzio dell’età ellenistica avanzata, quando ormai, in un mondo radicalmente cambiato, il reciproco allontanamento dei due coniugi sarà sancito da una scrittura privata.

Bibliografia
  • Eva Cantarella, L’ambiguo malanno, Milano 1995
  • Sarah B. Pomeroy, Donne in Atene e a Roma, Torino 1978.


Fabiana Esposito
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