La Donna nel Mediterraneo
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L’adulterio nel diritto attico

Nel diritto attico l’adulterio non era considerato solo un’offesa recata al marito, ma rientrava nella categoria dei reati commessi contro l’oiùkov, la cellula fondamentale della società greca, il cui scopo era la perpetuazione della stirpe e la conservazione dei riti familiari. Si spiega così come mai fosse considerato adulterio un rapporto carnale illecito non solo con la moglie, ma anche con la sorella, la madre e con la concubina che uno avesse con sé per averne figli liberi. Queste diverse forme di adulterio ci sono elencate in una legge più volte citata dagli oratori attici, nella quale si precisa anche che il delitto di adulterio non è perfetto se non c’è violazione del domicilio, dal momento che i rapporti che una donna libera aveva fuori delle pareti domestiche erano considerati violenza carnale e non adulterio. Inoltre, poiché lo scopo esclusivo del matrimonio era quello di generare figli, in Grecia l’adulterio era considerato anche un’ingiuria alla collettività: esso, infatti, poteva avere come conseguenza l’introduzione nella casa del marito e negli elenchi dei cittadini ateniesi di un bambino che non aveva alcun legame di parentela con lui e poteva anche non essere ateniese. Pertanto, il cittadino ateniese, che all’interno della sua casa aveva poteri sovrani, poteva uccidere impunemente l’adultero se lo sorprendeva in flagrante tra le pareti domestiche, mentre fuori avrebbe commesso un omicidio volontario. Il cittadino che sorprendeva in flagrante l’adultero in casa propria aveva il diritto di ucciderlo, ma poteva anche metterlo in ceppi e accordarsi con lui su una multa da pagare, come risarcimento del danno recato all’onore della famiglia. Questa pratica è attestata già nell’Odissea (VIII 266-366) quando l’aedo Demodoco canta l’episodio di Ares e Afrodite sorpresi da Efesto in flagrante adulterio, ma l’esiguità delle fonti in merito fa pensare che si trattasse di un comportamento ritenuto spregevole e, quindi, poco praticato. La donna, invece, nel diritto attico era considerata oggetto passivo del reato di adulterio e non era correa, tant’è vero che manca in attico il corrispondente femminile del sostantivo moichòs ( moico@v ) “adultero”, e la donna adultera è indicata con il participio passivo del verbo moichéuo ( moiceu@w ), cioè memoicheuméne ( memoiceume@nh ). Tuttavia, incorreva in alcune sanzioni familiari: era allontanata dai sacrari e, se era maritata, il marito era costretto a rimandarla nella famiglia paterna e alla famiglia d’origine spettava di punirla, anche vendendola come schiava oltre i confini dell’Attica. Questa norma valeva anche se la donna aveva subito una violenza carnale. La donna accusata di adulterio, dunque, non aveva alcuna possibilità di difendersi, solo in alcuni casi poteva farlo attraverso il suo tutore, e, una volta condannata, non poteva più partecipare a cerimonie pubbliche, indossare gioielli e, ovviamente, non si poteva risposare: era, di fatto, socialmente emarginata. Singolare è, poi, il fatto che la pena prevista per l’uomo che commetteva violenza carnale era inferiore a quella prevista per la seduzione. Nel primo caso, infatti, era prevista una multa in denaro, nel secondo anche la pena di morte. La seduzione, infatti, era per il marito ateniese un’offesa più grave, perché presupponeva un rapporto per il periodo di tempo in cui il seduttore si era conquistato l’affetto della donna e soprattutto l’accesso, in quel frangente, alle proprietà della sua famiglia.

Bibliografia
  • Eva Cantarella, L’ambiguo malanno, Milano 1995
  • U. E. Paoli, Diritto attico, s. v. Famiglia in Novissimo Digesto Italiano, 1961, VII, p.36
  • Sarah B. Pomeroy, Donne in Atene e a Roma, Torino 1978.


Fabiana Esposito
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