La Donna nel Mediterraneo
Editoriale
- Il rito
le storie La storia
le storie Luoghi e popoli
cronaca Le Parole
le storie Le storie
- Cronaca
- Immagini
legislazione Legislazione italiana
le storie Opinioni
Materiale didattico
Il rito nuziale

I matrimoni a Roma erano solitamente celebrati in estate. Estremamente superstiziosi, i Romani avevano fissato una serie di giorni e periodi dell’anno in cui era assolutamente vietato sposarsi. Più precisamente era proibito celebrare matrimoni nei giorni festivi, quando ci si doveva occupare di cose divine nei templi, nelle Calende e nelle Idi, durante i Parentalia, la festività di febbraio in onore dei parenti defunti e soprattutto nel mese di maggio, come ricorda Plutarco, che spiega anche che il periodo migliore era, invece, subito dopo le Idi di giugno, nel mese consacrato a Giunone, una delle più importanti divinità protettrici del matrimonio. Il giorno prima delle nozze la sposa era protagonista di un rito che segnava il passaggio dall’infanzia all’età adulta, durante il quale consacrava sull’altare domestico i giochi da bambina.
Il mattino successivo, assistita dalla pronuba, una matrona anziana e univira (l’aver avuto un solo marito era segno di buon augurio), la giovane si abbigliava secondo i dettami della tradizione e attendeva lo sposo e i suoi parenti nella casa paterna che, per l’occasione, era addobbata a festa: dalla porta e dagli stipiti pendevano corone di fiori, rami di piante sempreverdi come il mirto e l’alloro e bende colorate; nell’ingresso erano sistemati tappeti mentre, soprattutto presso le più importanti famiglie patrizie, si era soliti aprire gli armadi dove erano conservate le imagines, le maschere di cera degli antenati. A Roma si praticavano tre differenti forme di matrimonio. Il matrimonio per confarreatio era il più antico e solenne, istituito secondo la leggenda da Romolo e per questo ritenuto sacro ed inscindibile. Praticato inizialmente dai patrizi, fu poi riservato alla sola classe sacerdotale dei Flamines, ma cadde presto in disuso.
Il matrimonio per coemptio era basato su una sorta di "vendita" della donna da parte del pater allo sposo che, alla presenza di cinque testimoni, pagava la simbolica cifra di un nummus. L' usus, infine, si basava sull'ininterrotta convivenza di un uomo e una donna non coniugati per un anno. Al termine di questo periodo si poteva ritenere costituito il vincolo matrimoniale. Il rito nuziale iniziava con un sacrificio augurale fatto alla presenza degli aruspici e di dieci testimoni che forse rappresentavano le dieci curie. Nel caso del matrimonio per confarreatio presenziavano anche la massima autorità religiosa della Roma pagana, il Pontifex Maximus ed il flamine di Giove, il Flamen Dialis.
Risultano ancora incerti la divinità alla quale si sacrificava (Giunone o Giove Capitolino) ed il tipo di animale che veniva sacrificato, forse una pecora o un bue, meno probabilmente un maiale. Nel caso della confarreatio, l’animale era cosparso sulla fronte da una pappina di farro, con la quale si ricoprivano anche i coltelli; il farro era poi, gettato nel fuoco. Durante il sacrificio una funzione molto importante era svolta dagli aruspici che esaminavano le viscere dell’animale per trarne responsi: la cerimonia nuziale, infatti, proseguiva solo nel caso in cui gli auspici fossero favorevoli. Sempre nel matrimonio per confarreatio, a questo punto della cerimonia, gli sposi mangiavano insieme, seduti uno affianco all’altra su due sgabelli ricoperti di pelle di pecora (pellis lanata), una focaccia sempre di farro, il panis farreus. La consumazione insieme del pane era, infatti, simbolo della vita coniugale: l’alimento mangiato in comune favoriva la concordia e l’unità degli affetti. Dopo questo rito gli sposi facevano il giro dell’altare preceduti da un inserviente che portava il cumerus, il cestello con gli arredi sacri. Al sacrificio seguivano la sottoscrizione delle tabulae nuptiales, contenenti il contratto matrimoniale, e il rito della dextrarum iunctio, durante il quale la pronuba, congiungeva le destre dei due sposi. La dextrarum iunctio costituiva il momento culminante del rito nuziale: in quel momento, infatti, tra i due sposi veniva sancito il patto coniugale. i cui avanzi bruciacchiati erano poi distribuiti agli ospiti in segno di buon augurio. Al Conclusasi la cerimonia, si svolgeva il banchetto di nozze, la cosiddetta cena nuptialis, termine della cena, in serata, allo spuntare di Venere avveniva la cosiddetta deductio, il trasferimento della sposa dalla casa paterna a quella maritale. Lo sposo, forse in ricordo dell’antico matrimonio per ratto, fingeva di rapire la moglie, riluttante e spaventata, strappandola dalle braccia della madre , dopodiché si formava il corteo nuziale, illuminato da fiaccole ed accompagnato da suonatori di flauto. La sposa era accompagnata da tre fanciulli tutti patrimi e matrimi, poiché ciò era ritenuto di buon auspicio: due la tenevano per mano, mentre un terzo la precedeva recando la spina alba, una fiaccola di biancospino, simbolo di fecondità, accesa presso il focolare della casa della sposa. Il corteo era composto anche da un giovane di nascita libera e nobile, denominato camillus, che recava un vaso coperto con dentro gli arnesi del lavoro femminile e da due serve che reggevano in mano il fuso e la conocchia, strumenti dell’arte della filatura. Lo sposo, nel frattempo, faceva distribuire ai fanciulli noci, simbolo di fecondità.
Durante il corteo s’invocavano tutte le numerose divinità protettrici del matrimonio: oltre alle maggiori come Giove e Giunone, ai quali era attribuita l’istituzione del matrimonio, Venere, protettrice degli amori, Diana protettrice dei feti, Fides, personificazione di una delle virtutes fondamentali richieste alla matrona romana, erano, infatti, invocate anche divinità minori che dovevano favorire l’unione sessuale degli sposi. Alle preghiere si alternavano le invocazioni festose, come il grido rituale « Talasio » , sulla cui origine vi sono varie ipotesi: Livio lo ricollega ad un episodio del ratto delle Sabine, mentre Festo ne dà una spiegazione etimologica rapportandolo all'arte della filatura.
Né potevano mancare i fescennini versi mordaci e spesso osceni che, accompagnati dal suono della doppia tibia, svolgevano probabilmente una funzione apotropaica, tenendo lontano il fascinus, il malocchio. Giunta sulla soglia della casa maritale la sposa ornava l'architrave della porta d'ingresso con bende di lana e la spalmava con grasso di maiale, come ricorda Servio, e rispondeva al marito che sulla soglia le domandava chi fosse, con la celebre espressione formulare "Ubi tu Gaius ego Gaia".
Terminato questo rituale, due amici del marito la portavano finalmente dentro sollevandola da terra sia per evitare che inciampasse sulla soglia della sua nuova casa, poiché ciò sarebbe stato di cattivo augurio, sia, forse, per ricordare il ratto delle Sabine. In casa il marito la riceveva recando un'urna d'acqua purissima e un tizzone di fuoco (aqua et igni accipere), due elementi che probabilmente simboleggiavano la vita coniugale e, secondo Varrone, erano legati alla procreazione. Dopo questa cerimonia, si compivano le preghiere di rito e s'invocavano il Genio familiare del marito e le varie divinità. Infine, mentre il corteo si scioglieva, la pronuba accompagnava la sposa nella camera nuziale, in cui si trovava il talamo che era ornato di porpora e coperto dalla toga forse come augurio di figli maschi o come segno del dominio maritale. Qui lo sposo le scioglieva la cintura virginale. Il giorno seguente la sposa, che vestiva per la prima volta abiti matronali, sacrificava ai Lari ed ai Penati e riceveva doni dal marito. Seguiva, quindi, un banchetto (repotia) riservato ai parenti degli sposi.

Bibliografia
  • A. Guarino, Diritto privato romano, Napoli 2001.
  • P. Grimal, L'amour à Rome, Parigi 1988.
  • M. Meslin, L'uomo romano. Uno studio di antropologia, Milano 1981.
  • U. E. Paoli, Vita romana, Firenze 1962.
  • J. Carcopino, Vita quotidiana a Roma, Bari 1986.


Rosaria Luzzi
Soluzioni informatiche Sibilla NetSibilla Net