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Il rito nuziale in Grecia

La cerimonia nuziale in Grecia durava tre giorni: il primo era chiamato protéleia (prote@leia), progàmia (proga@mia) o proaulìa eméra (proauli@a hème@ra), il secondo gàmos (ga@mov) o télos (te@lov) ed il terzo epaulìa eméra (eèpauli@a hème@ra).

I riti prenuziali
Nel giorno prima della festa di nozze si svolgeva un preciso rituale che Esichio chiama gàmon éthe (ga@mwn eòqh), che comprendeva in primo luogo il sacrificio per le divinità protettrici delle nozze, chiamato da Fozio gamelìa (gamhli@a).
Questo poteva essere in onore di Era, di Artemide (cfr. Eur., I.A. 433 s.), delle Moire, delle Grazie gamelie, di Afrodite e, ad Atene, anche delle Divinità della stirpe, i Tritopàtores (Tritopa@torev). Interessante è, poi, la testimonianza di Platone (Leg. VI 774e-775a) che consiglia di usare per questi riti degli interpreti, mentre Plutarco (Mor. 141f, 27) ricorda che coloro che sacrificano ad Era non ardono la bile, perché il legislatore ha affermato che non ci deve essere bile né ira nel matrimonio. Il momento più importante del rituale era comunque il bagno purificatore (cfr. Aristoph., Lys. 377 s.) che facevano sia la sposa che lo sposo, a casa loro, con l'acqua di un fiume o di una fonte sacra . Per questo rito esisteva un vaso particolare chiamato loutrophòros (loutrofo@rov), che era di forma ovoidale con il collo affilato e due anse sui fianchi.
Loutrophoros a figure rosse
320 a.C. circa Matera, Museo Nazionale "D. Ridola"
L'importanza attribuita al bagno purificatore è testimoniata anche dal fatto che c'era l'usanza di porre un loutrophòros sulla tomba di chi moriva adulto senza essersi sposato (cfr. Demosth., C. Leoch. 18, 7-10). Infine a completamento di questo articolato rituale la giovane sposa dedicava ad una divinità legata alla sfera della verginità, come Artemide o Ippolito, le sue chiome (cfr. Eur., Hip. 1425 s.), la retina dei capelli, i giochi: i timpani, la palla, le bambole .

Il secondo giorno della cerimonia, chiamato appunto gàmos (ga@mov) o télos (te@lov), era il giorno più importante perché in esso si compiva l'ekdosis (eòkdosiv), cioè la consegna della sposa, e aveva inizio la coabitazione (sunoikei^n). Le fasi principali erano tre: la thòine gamikè (qoi@nh gamikh@), cioè il banchetto di nozze a casa della sposa, la pompè (pomph@), cioè il trasferimento della sposa a casa dello sposo, i katachýsmata (katacu@smata) e gli altri riti di accoglienza nella nuova casa. Naturalmente i preparativi nella casa della sposa fervevano fin dal primo mattino: venivano infatti appese corone di ulivo e alloro alle porte e accese fiaccole profumate di incenso. È probabile, comunque, che tutti i preparativi fossero diretti dalla madre della sposa in prima persona, come racconta Menandro nella Samia (vv. 353 s.). Intanto una schiera di donne, perlopiù parenti e amiche, guidate dalla nymphéutria (numfeu@tria) si occupava della vestizione della sposa per il banchetto nuziale.

Il banchetto nuziale
Protagonista di questo momento importante della cerimonia è il padre della sposa che supervisiona ogni fase della sua preparazione. Sembra, inoltre, che fosse sempre lui a fare un sacrificio subito prima, secondo il rito sacro prescritto.
Durante il banchetto uomini e donne erano seduti di fronte su tavole o divani separati e la sposa sedeva tra le donne velata
Dalle fonti conosciamo anche il menù delle nozze che poteva comprendere pesce, vitello, maiale, porcellini, lepre, involtini, formaggio, focacce, uova, ecc. (cfr. Luc., Symp. 18, 1-4)
Elemento ricorrente nei diversi menù ricordati dalle fonti è la lepre, che pare fosse sacra ad Afrodite ed esaltata per la sue prestazioni sessuali e per la sua fecondità. Naturalmente non poteva mancare la torta nuziale, la plakoûs gamikòs (plakou^v gamiko@v), un dolce profumato al sesamo, che, secondo la tradizione, propiziava la fecondità, poiché aveva molti germogli (polygonótatos).
Il sesamo, mescolato alla torta nuziale, era, in effetti, un elemento simbolico essenziale del rito matrimoniale nelle società elleniche. Una volta impastata e profumata la focaccia con olio mischiato a sesamo, quando tutto era pronto per la cerimonia, veniva tagliata (cfr. Men., Sam. 71 e 125) e distribuita da una donna incinta, di buon augurio per la giovane coppia (cfr. Aristoph., Av. 159 s.).
Secondo il cerimoniale bisognava, inoltre, indossare anche una corona di mirto, in onore di Afrodite.

Durante il banchetto c'era probabilmente della musica e ad Atene un bambino, con entrambi i genitori in vita, andava in giro per la sala coronato di spine e frutti di quercia con in mano un cesto di pani pronunciando la formula rituale: "Ho fuggito il male, ho trovato il meglio". Le parole che accompagnavano il fanciullo sembrano esprimere la stretta relazione tra vita civilizzata e matrimonio. Il pane offerto, come prodotto della natura che appartiene soltanto all'uomo, in effetti, è segno e garanzia della vita civile. Simboleggia, inoltre, chiaramente i valori connessi alla condizione riproduttrice e domestica della donna sposata, in contrapposizione ai connotati culturali della corona di foglie di quercia, che ricorda la vicinanza della vita selvaggia. Il banchetto si concludeva con il brindisi e gli auguri agli sposi, ancora una volta da parte del padre della sposa. A questo punto della cerimonia alcuni studiosi collocano il rito dell'anakalyptèria (aènakalupth@ria), cioè il momento in cui la sposa si toglieva il velo e riceveva i doni nuziali dallo sposo.
La questione è però molto discussa perché le fonti sono poche, non sempre chiare e talvolta in contrasto tra loro. Infatti altri critici collocano questo momento nella nuova casa o il terzo giorno. A seconda della condizione sociale la festa di nozze poteva essere più o meno sfarzosa, tuttavia è probabile che ad un certo punto si cominciò ad eccedere nelle spese, se Platone nelle Leggi (VI 775a-b) sente la necessità di stabilire un limite al numero degli invitati per ciascuna famiglia ed un tetto per le spese. Ateneo (VI 245a-c), invece, ci parla degli Ispettori delle donne, i gynaikonòmoi (gunaikono@moi), che contavano gli invitati alle feste nuziali e potevano all'occorrenza anche decidere di mandarne via qualcuno. A fare gli inviti erano i genitori degli sposi, che potevano invitare di persona parenti ed amici oppure, come risulta da alcuni papiri, inviare dei veri e propri biglietti di invito , in cui, come nelle odierne "partecipazioni" erano indicati il luogo, la data e l'ora della festa.

Il corteo nuziale
A notte fonda c'era la pompè (pomph@), il trasferimento solenne della sposa dalla casa paterna a quella dello sposo.
Essa forse nei tempi più antichi aveva la forma di un rapimento e quest'usanza si conservava ancora a Sparta.
Il corteo si muoveva a piedi o su un carro, dove la sposa era collocata dallo sposo o dal paraninfo, colui che la conduceva allo sposo e la proteggeva durante questo importante momento di passaggio.
Ora un ruolo importante era ricoperto dalla madre dello sposo che per prima innalzava le fiaccole accese e guidava la processione (Cfr. Eur., I.A. 732 ss.; Med. 1024-1027). Il momento doveva essere molto suggestivo, perché il corteo illuminato dalle fiaccole, al suono di flauti e cetre danzava e cantava l'imeneo.
In Beozia, poi, il corteo si concludeva con un rito particolare: c'era, infatti, l'usanza di bruciare gli assi del carro per simboleggiare che la sposa non poteva più andare via (cfr. Plut., Mor. 271d).

I riti nella casa nuova
Il terzo momento della cerimonia si svolgeva nella casa dello sposo: qui la coppia era ricevuta dai genitori dello sposo, che per prima cosa versavano sul capo della sposa fichi secchi, datteri, noci e alcune monete e le offrivano i doni di benvenuto, secondo il rito dei katachysmata (katacu@smata). Poi la sposa mangiava una mela cotogna, come prescritto da Solone (cfr. Plut., Mor. 138d, 279f) per rendere più dolce il primo abbraccio e finalmente saliva nel thàlamos (qa@lamov), la camera nuziale.
Questa era stata già precedentemente preparata, forse proprio dalla madre dello sposo, che probabilmente aveva steso anche il letto coniugale, il quale nelle fonti è indicato con vari termini: léchos (le@cov), pastòs (pasto@v), démnion (de@mnion).

Una volta entrati gli sposi nella camera nuziale, la porta veniva sprangata e fuori un amico dello sposo, il thuroròs (qurwro@v), faceva la guardia, mentre le amiche della sposa battevano con le mani sulla porta e cantavano l'epitalamio (cfr. Theocr. XVIII 1-8).
Nella casa e per le strade la festa continuava per tutta la notte con canti e danze.



Il terzo giorno, l'epaulìa emèra (eèpauli@a héme@ra) , al mattino gli sposi ricevevano dei doni dal padre della sposa portati da una processione di parenti e amici, che era guidata da un bambino con un mantello bianco e una torcia accesa in mano. Poi, non sappiamo se in questo giorno o successivamente, lo sposo offriva un banchetto ai membri della sua fratrìa, chiamato gamelìa (gamhli@a), e gli sposi facevano un sacrificio per pregare gli dei di assisterli e guidarli nella nuova vita insieme. Nel corso del cerimoniale erano presenti generalmente alcuni oggetti che segnavano l'esperienza del matrimonio come evento fondamentale della vita individuale e della comunità cittadina: la padella per tostare l'orzo, usata durante il banchetto e la pompé pubblica che accompagnava gli sposi alla nuova casa; il setaccio, che un bambino teneva al fianco della donna nei riti d'integrazione al nuovo focolare; il pestello da mortaio, che veniva attaccato davanti alla camera nuziale.
Ogni dettaglio, in realtà, sembrerebbe implicare il riferimento a Demetra, l'aglaòkarpos (aèglao@karpov), la dea dagli splendidi frutti e dei cereali che, donando agli uomini la conoscenza della tecnica agricola, aveva inaugurato un'età nuova, che consisteva non solo nell'applicazione delle nuove tecniche e nella conoscenza delle nuove piante, ma anche in un'organizzazione della società che poneva fine all'età arcaica collocata nell'immaginario collettivo in un indefinito tempo predemetriaco (cfr. Diod., V 4, 5).





Bibliografia
  • R. Flacelière, La vie quotidienne en Grèce au siècle de Périclès, trad. it. di M.G. Meriggi, Milano 1983, pp.80-91
  • F. Lissarague, Uno sguardo ateniese, in Storia delle donne in Occidente - L'antichità, Bari 1990 pp.179-197
  • U. E. Paoli, La donna greca nell'antichità, Firenze 1955, pp. 49-53
  • R. Rehm, Marriage to death, Princeton 1994, pp.11-21, 141-142
  • A. Roveri, La vita familiare, in Enciclopedia Classica, sez.1 vol. III, pp.390-396
  • Anne-Marie Vérilhac et C. Vial, Le Mariage grec, in BCH 32, pp.296-325


Fabiana Esposito
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