La Donna nel Mediterraneo
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Il corteo nuziale

Dopo il banchetto la sposa (nymphe) deve essere condotta nella sua nuova casa. Il trasferimento della giovane dalla sua casa natale, la casa del padre, a quella del marito era anzi il momento culminante del rituale matrimoniale e quello al quale era chiamata a partecipare l’intera comunità cittadina.
Giunta l’ora, ormai a sera inoltrata, la sposa viene presa per il polso dal marito ( fig. 1 ) e issata sul carro che la condurrà alla nuova dimora ( fig. 2 ). Accanto a lei sul carro sedevano il marito e il pàrochos (o parànymphos), specie di accompagnatore della coppia scelto fra i coetanei (parenti o amici stretti) dello sposo. Il tipo di mezzo di trasporto variava a seconda delle disponibilità economiche della famiglia: si andava dal modello di lusso, un calessino di foggia arcaica trainato da pregiati cavalli, al più frequente modello di tipo “giardiniera” (carro con sedili laterali) tirato da muli o da buoi.
Numerose raffigurazioni vascolari rappresentano il corteo nuziale che scortava i due sposi: giovani ragazze e ragazzi che portano doni, danzano e cantano canti di buon augurio; parenti; portatori di torce o di elementi del corredo. Torce e fiaccole sono essenziali perché questa parte del rito avviene quando ormai fuori è buio: quanta più luce si riusciva a produrre, tanto più sfarzoso e ricco risultava il matrimonio agli occhi dei concittadini. Gli strumenti suonati erano prevalentemente l’aulòs (strumento ad ancia simile al clarinetto, spesso a canna doppia), la syrinx (flauto di Pan), la kithàra (cetra), la phòrminx (lira), i cembali e i tamburelli. I canti intonati in questa occasione si chiamavano “imenei” (hyménaioi) ed erano caratterizzati da accenti maliziosi e un po’ sboccati.
La descrizione più antica di un corteo nuziale si trova nell’Iliade di Omero
(canto XVIII, 491-496):
(…) si celebravano nozze e banchetti:
alla luce di fiaccole splendenti portavano le spose dalle loro stanze
su alla rocca cittadina e dappertutto si alzava il canto imeneo;
giovani danzatori volteggiavano e in mezzo a loro
clarini e lire diffondevano il loro suono; le donne,
ciascuna in piedi davanti alla porta di casa, ammiravano lo spettacolo
Il corteo passa per le vie più frequentate e per l’agorà, la piazza del mercato: l’intera comunità dev’essere testimone dell’evento, grazie al quale due famiglie della città stabiliscono un solenne legame di alleanza. Le fanciulle del corteo “accompagnano la sposa con le torce, a un’ora avanzata della sera, per mostrarla a tutti” (Dione Crisostomo, Patrol. Grec. 61 pag. 104): e dalle case le donne si affacciano sulla via per veder passare la rumorosa parata. Il tumulto di musica e danze del corteo doveva creare un effetto di forte contrasto con l’atteggiamento dei protagonisti principali della cerimonia, che, come mostrano le immagini antiche, mantenevano invece pose composte e solenni. Specialmente la giovane moglie: muta, con gli occhi bassi e l’atteggiamento dimesso, essa sembra passivamente eseguire solo i movimenti che le vengono richiesti dal marito e dalla nymphéutria (una specie di damigella che la accompagna durante l’intera giornata). Sulla soglia della nuova dimora, la ragazza trova il padre e la madre dello sposo ad accoglierla. Ma la festa, a questo punto, non era ancora terminata: per i partecipanti al corteo, infatti, essa proseguiva fino a notte fonda, anche dopo che marito e moglie si erano ritirati nella camera nuziale; anzi, era consuetudine che le compagne della sposa iniziassero a battere con insistenza sulla porta che si richiudeva dietro alla coppia avviata a trascorrere la prima notte insieme. Al rumore dei colpi si aggiungeva il suono di un altro canto rituale, questa volta di tono solenne, l’epitalamio, che celebrava la bellezza della sposa, invitava i due giovani a godere dei piaceri dell’amore e pregava gli dèi protettori delle nozze di donare alla coppia felicità, prosperità e la nascita di figli legittimi.

Uno degli elementi più importanti in questa simbologia del corteo nuziale è il fatto che in tutte le fasi del trasferimento la sposa, pur costituendo il centro dell’attenzione, riccamente vestita e agghindata per essere ammirata, non compie mai un movimento autonomo. Presa per il polso e trascinata, issata di peso sul carro, spinta dalla nymphéutria o sollevata dal pàrochos, la ragazza non è mai soggetto attivo del rito, ma oggetto passivo di tutto ciò che si compie intorno a lei. Per comprendere questo, dobbiamo ricordare che nella mentalità degli antichi Greci, la donna non era un soggetto autonomo, ma piuttosto un bene di cui i membri maschi della famiglia avevano il diritto di disporre. La ragazza da marito, per esempio, non poteva in alcun modo scegliere il proprio compagno di vita: era il padre che disponeva completamente della figlia e stava a lui decidere se e a chi darla in matrimonio. Dal momento in cui veniva concessa in sposa, essa passava dalla tutela del padre a quella del marito, al quale era tenuta a dimostrare (lo volesse o no) completa subordinazione e obbedienza. In nessun modo essa avrebbe potuto allontanarsi dalla sua nuova casa: ferma e inamovibile come il focolare (hestìa) che essa rappresentava, inavvicinabile da uomini estranei alla famiglia, i suoi movimenti erano confinati allo spazio circoscritto dalle mura domestiche, dalle quali poteva uscire solo per alcune occasioni rituali stabilite (alcune feste e i funerali). Andare in giro per la città non era cosa da donne per bene: schiave e prostitute, invece, non avevano un’onorabilità da preservare e si muovevano perciò senza restrizioni. Per quanto ne sappiamo, solo a Sparta la condizione della donna sposata era differente e contemplava maggiore libertà di azione e di movimento: e, infatti, il comportamento delle donne spartane destava scandalo nel resto della Grecia.

Non è allora un caso che nel rito matrimoniale del trasferimento dalla casa paterna a quella del marito la donna risultasse sempre ‘spostata’ o trascinata come un oggetto inerte: in questo modo si intendeva sottolineare simbolicamente che, pur essendo destinata a muoversi per cambiare casa di appartenenza, in questo movimento la sposa non aveva parte attiva; ma che, anzi, la sua funzione era quella di farsi spostare e restare dove il padre e il marito avessero deciso di installarla. Ecco, per esempio, che cosa succedeva nel rituale della Beozia, una regione della Grecia confinante con l’Attica, dopo che la sposa era stata trasportata alla casa del marito (Plutarco, Questioni romane, 29):
“bruciano l’assale del carro, mostrando così che la sposa non se ne può più andare, dal momento che il mezzo di locomozione è stato distrutto”.
La donna era chiamata ad incarnare la stabilità della famiglia, l’idea della permanenza e dell’isolamento che tiene la casa al riparo dalle minacce esterne. La dea che meglio rappresentava questa funzione femminile era Hestìa, il cui nome significa “focolare”: centro simbolico dello spazio domestico chiuso e protetto, la hestìa era il punto in cui la casa aveva, per così dire, le sue radici. La soglia di casa era il confine oltre il quale la donna per bene non osava andare. Al polo opposto stava il dio Hermès, dio delle transizioni, della comunicazione e del commercio, il cui moto non conosce barriere di confini né di soglie, che rappresentava invece la mobilità maschile e sovrintendeva agli scambi fra l’interno e l’esterno della casa. Il libero entrare e uscire, l’autonomia del movimento erano, nella coppia, prerogative del marito; e solo ai padri e ai mariti spettava inoltre il compito di regolare i rapporti della famiglia con l’esterno, di decidere acquisizioni o cessioni di beni, di regolare il passaggio di ospiti, di personale, di schiavi, di mogli... Si spiega così perché in alcune antiche raffigurazioni di trasferimento della sposa sia proprio il dio Hermès ad aprire la strada al corteo nuziale ( fig. 3 ).


Cristiana Franco
Centro interdipartimentale di Studi antropologici sulla cultura antica
Università degli Studi di Siena
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