La Donna nel Mediterraneo
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Abbigliamento della sposa

Il giorno delle nozze, lo sposo indossava la toga, limitandosi a sostituire, qualora non lo avesse già fatto durante il fidanzamento, la toga praetexta con quella virilis; invece, l'abbigliamento della sposa presentava delle caratteristiche ben precise per quanto riguarda sia la pettinatura che l'abito. Smesso, infatti, definitivamente il vestito da fanciulla, ella indossava l'abito nuziale già la sera prima delle nozze e dopo aver raccolto i capelli in una reticella rossa, così abbigliata si coricava. Il giorno successivo, i suoi capelli venivano pettinati secondo una speciale acconciatura, denominata sex crines. Essa consisteva nel dividere i capelli in sei trecce composte attorno alla fronte e tenute insieme da bende, le vittae, che la donna indossava per la prima volta proprio il giorno del matrimonio e che costituivano uno dei segni distintivi del suo nuovo status di matrona. Queste bende erano tessute secondo un preciso rituale , in base ad una tecnologia arcaica che prevedeva l'utilizzo di un telaio verticale su cui un ordito grosso, ad andamento rettilineo, prevalesse sulla trama. Completava l'acconciatura nuziale una sorta di spillone dall'impugnatura corta e dalla punta molto aguzza, simile ad una punta di lancia, denominato hasta caelibaris, il cui valore simbolico non risulta del tutto chiaro. L'abito nuziale era costituito da una semplice tunica bianca, lunga fino ai piedi, denominata tunica recta o regilla che ricordava nel taglio la stola matronale. Come per le vittae, anche la cucitura della tunica seguiva un rituale particolare poiché questa veste era ricavata da un unico pezzo di stoffa e non doveva presentare nessun tipo di orlo e di rifinitura. A questa tunica era poi applicata, in modo da renderla aderente in vita, una cintura di lana, il cingulum, che, consacrato a Giunone, una delle divinità protettrici del matrimonio, non poteva essere sciolto che dallo sposo. I capi del cingulum erano tenuti insieme da un doppio nodo denominato, come augurio di fecondità, nodus Herculeus: secondo la tradizione mitologica, infatti, l'eroe era stato padre di settanta figli. La sposa indossava, quindi, una palla color giallo zafferano che drappeggiava sulla tunica e dei calzari, i socci, dello stesso colore. L'elemento fondamentale dell'abbigliamento nuziale era, però, il flammeum, un velo che scendeva dal capo della sposa per coprirne la parte alta del volto e che, nel corso della cerimonia, veniva sollevato e teso anche sul capo dello sposo. Come si deduce dallo stesso nome, il flammeum era colore del fuoco: il rosso, infatti, da un lato, simboleggiava il pudore virginale della sposa, dall'altro, era il colore apotropaico per eccellenza. Sul flammeum era poggiata una corona intrecciata di maggiorana e verbena poi sostituita, in età imperiale, da una di mirto e fiori d'arancio.

Rosaria Luzzi
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