La Donna nel Mediterraneo
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Premesse storico- giuridiche: da Omero all'Atene del V sec. a.C.

Il diritto matrimoniale in Grecia antica è complesso e vario e le fonti di cui disponiamo sono circoscritte e spesso di difficile interpretazione; inoltre gli istituti giuridici coinvolti variano anche sensibilmente sia in senso diacronico che sincronico: dall’età arcaica a quella classica, da un contesto politico ad un altro, è possibile riscontrare notevoli differenze, cosicché è arduo delineare un quadro chiaro e rigoroso. Senza dubbio siamo più informati sul sistema matrimoniale d’epoca classica ad Atene perché attraverso i testi legislativi, epigrafici e i discorsi degli oratori ci è possibile ricostruire uno scenario piuttosto attendibile. Ci riferiremo quindi esclusivamente al diritto attico, perché è il più documentato, sebbene esso da solo non risolva la complessa articolazione dei sistemi giuridici esistenti nelle varie realtà socio-politiche della Grecia antica; ogni singola polis, infatti, aveva un proprio patrimonio di pratiche sociali, rituali e culturali che coinvolgeva anche il diritto matrimoniale. Il caso di Atene è poi particolare perché, con l’avvento della polis democratica, le pratiche matrimoniali furono investite da cambiamenti anche radicali rispetto al passato in grado di condizionare procedure sociali, rituali ed anche forme lessicali, sovvertendo le precedenti.

Tra la pratica del matrimonio in età arcaica e quella che si costituisce ad Atene con l’affermarsi del regime democratico, a partire dalla fine del VI sec. a.C., si crea una rottura dovuta ad un rovesciamento dei vecchi sistemi di convivenza: dopo Clistene, infatti, ad Atene le unioni matrimoniali non sembrano avere più la funzione di stabilire relazioni tra le grandi famiglie aristocratiche, perché prevale la necessità di perpetuare la discendenza legittima delle casate; a tale fine la legislazione matrimoniale tende soprattutto a regolamentare e porre dei vincoli spesso rigidi alle alleanze matrimoniali perché sia garantita la procreazione di figli legittimi (gli gnésioi, “i figli legittimi”, si contrappongono sempre di più agli stranieri e ai nòthoi, “i figli illegittimi”) e quindi la permanenza stessa della polis, che cerca di mantenere attraverso i secoli la permanenza della sua struttura e organizzazione.

Nei poemi omerici, ad esempio, troviamo vari termini che indicano la “sposa legittima”, che, nella maggior parte dei casi (àkoitis, àlochos, paràkoitis), indicano che la sposa coabita con il marito e condivide con lui il letto coniugale. E’, infatti, proprio questa convivenza l’elemento essenziale che stabilisce la legittimità di una unione matrimoniale nella società omerica. In epoca classica il termine dàmar per “sposa”, e etimologicamente per “donna accasata”, per altro già attestato nei poemi omerici, è probabilmente connesso con la radice di dòmos, “casa”; esso convive con modalità espressive più tecniche ma più frequenti, quali quella di gametè guné ( gameth# gunh@ ), la donna “che è stata data in matrimonio”, e di eggueté gunè ( eègguhth# gunh@ ), che letteralmente indica la “donna che ha subito l’atto della eggùe”, quindi la “donna sposata legittimamente”.

E’ significativo che in greco, come del resto in tutte le lingue indoeuropee, non esista un termine che indichi l’unione di un uomo e di una donna, nel senso in cui lo intendiamo comunemente oggi: ovvero l’atto civile e religioso con cui un uomo e una donna stabiliscono per contratto di impegnarsi in una comunanza di vita, dalla quale si originano conseguenze che investono sia la sfera culturale e sociale che giuridica. Ma se passiamo in rassegna la terminologia greca relativa a questo ambito, ci accorgiamo di questa mancanza che potrebbe essere il riflesso, a livello lessicale, di una concezione del matrimonio diffusa nella Grecia antica sul piano culturale. Tutti i termini mettono in rilievo il ruolo attivo del marito -o del padre della sposa- rispetto a quello passivo della donna: il marito “conduce”, “porta nel proprio oikos”, “introduce all’interno della propria famiglia” la sposa; il padre “impegna”, “concede” la figlia ( di@dwmi, eèkdi@dwmi, eèggua@w, dìdomi, ekdìdomi, egguào ), mentre la donna non compie l’atto di sposarsi, ma “è data”, “è affidata”, viene sposata, subisce e vede cambiare dall’esterno il proprio statuto giuridico (gàmos/ gamèo). Anche Aristotele aveva notato questa aporia tanto che nella Politica (I, 3,2) osserva che “l’unione dell’uomo e della donna non ha nome” ( anònumon gàr he gunaikòs kaì andròs sùzeuxis ).

In epoca classica la pratica matrimoniale è uno stato giuridico effettivo quando si realizza la convivenza della coppia sotto un unico tetto e la procreazione: il sunoikeìn ( sunoikei^n, “condividere il tetto familiare”) e il paidopoieìsthai ( paidopoiei^sqai, “generare figli”) sono le condizioni fondamentali perché si possa parlare di unione legittima. Esistono anche altre modalità che indicano l’atto di prendere moglie, come lamba@nein per l’uomo (“prendere moglie”), oppure eèkdido@nai “dare in matrimonio”, detto del padre che dà la propria figlia ad un uomo. Un altro verbo, attestato fin dai poemi omerici, è oèpui@w che nella forma attiva significa “prendo in moglie”, “sono sposo di”, ovviamente riferito allo sposo -la controparte attiva dell’unione- mentre nella forma passiva ( oèpui@omai ) è riferito alla donna, l’oggetto della contrattazione, il soggetto passivo che “è sposata”, “è diventata moglie”.

Il matrimonio in epoca classica, dalla metà del V sec. a.C., ad Atene affonda le proprie radici nella legislazione soloniana: esso si articolava in tre momenti preliminari che costituivano le premesse giuridiche dell’intero sistema, la eggùe ( hè eèggu@h ), la èkdosis ( hè eèkdosiv ) e la proìx ( hè proi@x ).

eèggu@h, eèkdosiv, proi@x: storia dei termini dall'età arcaica a Solone
Il testo di una legge, che ci è arrivata come di Solone, regolava la pratica dell’istituto fondamentale del matrimonio, l’ eèggu@h, che potrebbe essere l’antico ricordo di un atto usuale nell’istituto del matrimonio per acquisto, forse prevalente nella fase arcaica della storia greca. In generale la possiamo definire come quell’atto senza il quale un matrimonio non poteva essere ritenuto legittimo, così come disponeva la legge in questione: “se la sposa è stata data legittimamente in matrimonio ( eèggu@hse eèpi# dikai@oiv ) dal padre, dal fratello consanguineo, dal nonno paterno, è moglie legittima (damar, da@mar ) e da questa nascono figli legittimi”. La legislazione soloniana ha esteso alla comunità della polis delle istituzioni che un tempo appartenevano alla società aristocratica, ed in questo caso lo testimonierebbe l’uso del termine dàmar , ricorrente nei poemi omerici, ma piuttosto raro nel lessico comune in età classica. Così la riforma soloniana aveva esteso a tutta la comunità della polis la pratica della eggùe.
Il termine deriva dal composto di en e gùalon/ gùe, “nel palmo della mano”, e consiste nella “garanzia”, nella “promessa” della donna e si configura concretamente come l’atto con cui il padre “pone nel palmo della mano del futuro genero” la figlia, impegnandola nei confronti dello sposo che a sua volta si impegna a riceverla; questa fase rende l’unione di un uomo e di una donna un fatto sociale, conferendole visibilità di fronte alla collettività che diventa testimone e garante dell’efficacia dell’atto stesso. A questo punto i due giovani diventano ufficialmente dei “promessi sposi” e le loro famiglie si legano reciprocamente attraverso un accordo pubblico e solenne suggellato in presenza di testimoni, garanti del patto medesimo. La finalità sociale di questa pratica è di costituire un matrimonio legittimo in cui la moglie legittima ha il compito di procreare figli legittimi. L’ eggùe quindi è il presupposto della legittimità della discendenza della coppia, i cui figli verranno, infatti, definiti gnèsioi ( gnh@sioi ), “legittimi”, “consanguinei”, “nati dallo stesso sangue del padre”. E’ il padre, il fratello consanguineo o il nonno paterno a sottoscrivere questo accordo col futuro sposo e ad impegnare ufficialmente la donna.

Dalle fonti che ne parlano ricaviamo che tale atto non doveva di per sé produrre conseguenze giuridiche irreversibili, in quanto ci vengono attestati casi di impegni matrimoniali poi disattesi, nonostante la preliminare sottoscrizione della eggùe.

La èkdosis, la “dazione” (da ekdìdomi), costituisce dall'epoca soloniana in poi un altro momento essenziale del matrimonio: essa consiste nel trasferimento giuridico della donna, e della dote, dalla tutela del padre, o comunque di chi esercita la patria potestà su di lei, al nuovo “tutor” (il kùrios), che coincide quasi sempre con il futuro sposo. La donna, in virtù di questa “dazione”, può a buon diritto coabitare con lo sposo e dedicarsi alla trasmissione dell’ oìkos e del gènos, la famiglia e la stirpe del marito, sebbene continui a mantenere dei contatti e dei legami forti anche con la famiglia di origine. Il termine èkdosis, così come tutti i suoi derivati, viene usato anche nei casi in cui si parla di “locazioni” di cose e di opere, per cui ha il valore di una consegna che non ha carattere definitivo, così come la dote non è ceduta mai del tutto al marito da parte della moglie.

La proìx, la fase successiva alla èkdosis e ad essa strettamente connessa, è una pratica entrata in uso dopo Solone con la quale si sancisce formalmente la consegna della dote da parte del padre della sposa al marito e per questo indica la dote stessa; questo passaggio di beni mobili costituisce una presunzione di legittimità, in quanto testimonia che la donna è stata ufficialmente posta dalla famiglia di origine all’interno del nucleo familiare dello sposo. Il termine indica l’atto concreto del “tendere la mano per dare e per ricevere” (da proìssomai), e coinvolge quindi una reciprocità di relazioni: il padre della ragazza tende la mano per dare, lo sposo, a sua volta, la porge per ricevere ed accogliere la sposa con la sua dote. Questa dote consiste per lo più in beni mobili il cui ammontare viene stabilito di comune accordo tra le due famiglie davanti a testimoni e viene consegnata al marito come un bene per così dire ipotecario, perché giuridicamente resta di proprietà esclusiva della famiglia della donna ed il marito può solo gestirla e amministrarla, ma sempre col consenso della moglie, senza mai diventarne a tutti gli effetti possessore. La dote, infatti, segue sempre la donna, anche nel caso in cui ella si unisca più volte in matrimonio, ma anche quando muore il coniuge oppure nel caso di ripudio o di divorzio: essa costituisce il vincolo indelebile tra la donna e la famiglia di origine. La dote è destinata ad essere parte integrante del patrimonio dell’oìkos della sposa.

Vanessa Ghionzoli
Centro di Studi antropologici sulla cultura antica
Università degli Studi di Siena
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