La Donna nel Mediterraneo
Editoriale
- L'istituto del matrimonio
le storie La storia
le storie Luoghi e popoli
le storie Le Parole
le storie Le storie
le storie Cronaca
- Immagini
legislazione Legislazione italiana
- Opinioni
- Materiale didattico
Il diritto matrimoniale a Roma

Nel mondo romano il matrimonio, ben lungi da essere un libero atto privato fra due individui, ricopriva un’importantissima funzione sociale. Esso, infatti, non solo costituiva la base della familia, della quale garantiva, attraverso la prole, la continuità, ma, dal momento che, a sua volta, la familia era la cellula della civitas, il matrimonio assicurava la stabilità e la sopravvivenza all’intera società romana e, quindi, come lo ha efficacemente definito Cicerone, costituiva, in un certo qual modo, il seminarium rei publicae.
A questa fondamentale rilevanza sociale, tuttavia, non corrispose da subito un’altrettanto notevole valenza giuridica.

L'età repubblicana
Nelle primissime fasi del periodo repubblicano, infatti, il matrimonio fu un istituto completamente estraneo al sistema dello ius Quiritium. Esso aveva importanza soprattutto dal punto di vista religioso, come dimostra il fatto che i matrimoni patrizi venivano celebrati attraverso il rito della confarreatio, una cerimonia carica di significati religiosi e valenze simboliche, che, non a caso, nei secoli successivi continuò ad essere obbligatoria solo per la classe sacerdotale dei Flamines. Il processo che portò il matrimonio a essere riconosciuto come istituto giuridico fu molto lungo e si concluse solo nell’età delle XII Tavole (V sec. a. C.). In questo periodo, infatti, si verificarono alcune significative innovazioni tra cui la più significativa fu certamente l’istituzione della cosiddetta manus maritalis. Già presente in precedenza, ma ora riconosciuta anche dal punto di vista giuridico, la manus era l’autorità (rapportabile, sia pur con qualche differenza, alla patria potestas) che il marito acquistava sulla moglie al momento del matrimonio. Attraverso la manus, quindi, il vir assumeva pieni poteri sulla uxor la quale, a sua volta, recideva ogni legame di tipo giuridico con la famiglia d’origine ed entrava a far parte di quella del marito, assumendo lo status di figlia di famiglia (filiae loco). Atti costitutivi della manus maritalis erano l’antica confarreatio, destinata, come si è detto, a cadere presto in disuso e due nuove procedure nuziali: la coemptio e l’usus La prima probabilmente era la forma plebea di nozze e consisteva nella simulazione della vendita della donna al marito, da parte del padre della sposa. Per ottenere la moglie, il marito doveva pagare dinnanzi a cinque testimoni il prezzo simbolico di una moneta. L’usus, invece, costituiva una forma di creazione del vincolo matrimoniale piuttosto insolita, basata sulla constatazione del fatto che un uomo ed una donna non coniugati avessero convissuto. per più di un anno, senza interruzione, nella medesima casa. Il matrimonium cum manu fu un'istituzione fondamentale per tutto il periodo arcaico mentre, già nelle ultime fasi dell'età repubblicana, esso iniziò ad essere rapidamente soppiantato da una nuova tipologia giuridica di matrimonio, il cosiddetto matrimonium sine manu.

Il matrimonium sine manu
Con buone probabilità, il matrimonium sine manu, si originò proprio a partire dall’usus e dall’istituzione di un particolare provvedimento ad esso connesso, che prende il nome di trinoctii usurpatio. Secondo questa pratica, se la donna, durante l’anno di convivenza, trascorreva tre notti consecutive fuori casa il marito non poteva esercitare su di lei la manus maritalis.
L’abolizione della manus maritalis attraverso la trinoctii usurpatio, tuttavia, non si presentava come un provvedimento a favore della donna, che, comunque, si trovava sottoposta all’autorità del padre o di un tutore, ma costituiva, semmai, un espediente giuridico, creato per lo più per favorire, su motivazioni prevalentemente economiche, la sua famiglia d’origine. Soprattutto in determinati casi, come, ad esempio, l’acquisizione di beni patrimoniali da parte della donna, era, infatti, interesse della famiglia d’origine continuare a esercitare un potere su di lei, anche una volta sposata, per trarre vantaggio da particolari situazioni che, altrimenti, sarebbero state gestite dal marito. Nonostante questi aspetti, è tuttavia innegabile che, seppur indirettamente, attraverso la trinoctii usurpatio, le donne, non più sottoposte all’autorità ufficiale del marito, ricavarono indubbiamente diversi vantaggi e, progressivamente, una maggiore libertà d'azione.

L' affectio maritalis.
E' importante ricordare che dal punto di vista legislativo, il matrimonium sine manu era « un atto giuridico negoziabile, a struttura bilaterale e a carattere continuativo»: esso si basava cioè sulla volontà (definito anche affectio maritalis) di entrambi i coniugi a vivere insieme e perdurava fin quando persisteva tale volontà.
Nel momento in cui tale consenso veniva meno da parte anche di uno solo dei due coniugi, il vincolo matrimoniale risultava nullo.
L'affectio maritalis era, dunque, la componente più importante, quella che rendeva realmente legittimo il matrimonio.
Per avere, tuttavia, una sua validità giuridica, il reciproco e perseverans consensus da parte dei coniugi presupponeva nei soggetti interessati la capacità di intendere e di volere; infatti, qualora, ad esempio, uno dei due coniugi presentasse segni di squilibrio mentale (fosse cioè furiosus) o qualora fosse esercitata una vis compulsiva, non era possibile né la costituzione, né la prosecuzione del matrimonio.

L'età imperiale e l'avvento del Cristianesimo.
Con l’avvento del principato, la struttura giuridica del matrimonio restò sostanzialmente la stessa dell’età repubblicana e neanche le leggi promulgate da Augusto apportarono significative modifiche. La Lex Iulia de maritandis ordinibus (18 a. C.) e la Lex Papia Poppaea nuptialis (9 d. C.) rientravano, infatti, all’interno di un più vasto progetto legislativo a favore della famiglia. Attraverso tali provvedimenti legislativi Augusto mirava piuttosto ad incentivare i matrimoni, predisponendo tasse e limitazioni a carico dei celibi (caelibes) e degli sposati senza figli (orbi) ed offrendo agevolazioni nei confronti delle famiglie prolifiche (il cosiddetto ius liberorum). Solo l’avvento del Cristianesimo ed il suo progressivo diffondersi portarono a numerosi cambiamenti in ambito giuridico.
La concezione cristiana del matrimonio come Sacramento e la conseguente avversione nei confronti del divorzio, pratica molto diffusa nella Roma imperiale, portarono progressivamente a modificare la struttura giuridica del matrimonio e a trasformarlo da “negozio giuridico”, basato sulla volontà dei coniugi a “rapporto giuridico”, fondato esclusivamente sul consenso iniziale dei coniugi a vivere insieme: veniva meno, quindi, il carattere di continuità dell’accordo; dal primo consenso e solo da quello si originava ed acquisiva legittimità il matrimonio.

Bibliografia
  • E. Cantarella, L'ambiguo malanno. La donna nell'antichità greca e romana, Roma 1981.
  • A. Guarino, Diritto privato romano, Napoli 2001.
  • S. B. Pomeroy, Donne in Atene e Roma, Torino 1978.
  • M. Talamanca (a c.), Lineamenti di storia del diritto romano, Milano 1989.


Rosaria Luzzi



A. GUARINO, Diritto privato romano, Napoli 200112, p. 557.
Soluzioni informatiche Sibilla NetSibilla Net