La Donna nel Mediterraneo
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La condizione giuridica del matrimonio in Grecia

Nella Grecia classica, il matrimonio era un atto giuridico in cui gli sposi non si sposavano l'un l'altro, ma la sposa veniva "consegnata" allo sposo dal suo tutore, il kýrios (ku@riov). La lingua comune, infatti, designava questo atto con i verbi dìdomi (di@dwmi) ed ekdìdomi (eèkdi@dwmi), che significano proprio "dare, consegnare". Tale era, infatti, la condizione di sottomissione della donna all'uomo, che anche le cittadine libere giuridicamente non potevano disporre di se stesse, ma erano sempre sotto la tutela di un uomo. Il kýrios era inizialmente il padre o il parente più stretto di sesso maschile, poi, dopo il matrimonio, il marito, e se questi moriva prima di lei, il figlio, ma in mancanza di un figlio ella tornava al suo tutore originario. Il matrimonio, dunque, era valido solo nel caso in cui la consegna della sposa fosse stata compiuta dall'uomo che aveva l'autorità di farlo.
La sposa, data a suo marito, era presente, ma restava muta e passiva: in nessun momento della cerimonia nuziale era, infatti, richiesto il suo consenso.

La promessa
L'atto che rendeva legittimo il matrimonio in Grecia, a partire dall'età di Solone, era l'eggýe (eèggu@h) o eggýesis (eèggu@hsiv), la "promessa", che equivaleva al nostro fidanzamento ufficiale. Ad essa e non ai riti nuziali il diritto ricollegava l'effetto di trasformare una semplice coabitazione (sunei^nai) in un vero e proprio matrimonio (sunoikei^n); in altre parole, pur non dando vita al rapporto matrimoniale, che nasceva solo con la convivenza, e pur non essendo giuridicamente vincolante, perché non obbligava al matrimonio, la promessa era "condizione di legittimità" del matrimonio stesso e della successiva filiazione. La donna che coabitava senza che fosse stata stipulata l'eggýe era concubina, non moglie, viceversa la donna per la quale fosse stata stipulata l'eggýe, ma che non coabitava con il fidanzato, era nubile. Questa promessa solenne, che a volte veniva celebrata anche molti anni prima dell'inizio del matrimonio stesso, aveva come protagonisti il padre della sposa (o il tutore), che recitava la formula della promessa ed il futuro sposo. Il padre offriva la figlia al pretendente, dichiarando che desiderava avesse prole legittima; il pretendente rispondeva accettando; il padre replicava ancora con l'annuncio che avrebbe dato alla figlia la dote, indicando l'ammontare della somma, e il fidanzato annunciava di accettare questa liberalità. Si trattava quindi di un semplice atto legale: più che una promessa, era un contratto di matrimonio, un impegno verbale in cui la città non interveniva e che non era registrato da nessun atto giuridico. Infatti, dopo l'eggýe non vi era nessun'altra formalità da compiere perché si addivenisse ad un matrimonio vero e proprio. Il vincolo matrimoniale diveniva perfetto con la funzione dell'accompagnamento o consegna (eòkdosiv) della sposa all'abitazione dello sposo (e del versamento della dote), che era il momento centrale della cerimonia nuziale insieme al banchetto. In mancanza di ogni rito civile o religioso e di registrazioni, in caso di necessità era assai difficile provare la legittimità del vincolo matrimoniale. La sola coabitazione, per durevole che fosse stata, o la nascita dei figli non erano sufficienti per costituire una presunzione di matrimonio legittimo. Per questo motivo l'eggýe e la cerimonia nuziale avvenivano di solito alla presenza di numerosi parenti che svolgevano la funzione di testimoni, assicurando così legittimità all'atto giuridico. Altra prova era costituita dall'esistenza di una dote, ma dall'oratoria giudiziaria apprendiamo che, per dimostrare la legittimità del matrimonio e della nascita, spesso si doveva ricorrere ad altre prove testimoniali, come la partecipazione a funzioni religiose in comune con membri legittimi della famiglia (cfr. Iseo VIII 15-17). Durante l'eggýe si stabiliva anche l'ammontare della dote o proix (proi@x) che non diventava di proprietà del marito, ma restava di proprietà della donna. In ogni caso, la finzione giuridica, per la quale toccava al padre di offrire la figlia e di aggiungervi la dote, derivava dalle usanze precedenti all'epoca classica, quando, cessato il ratto o la simulazione di esso, il pretendente faceva domanda per sposare la ragazza, acquistandola da chi ne era il "padrone" (ku@riov), padre o fratello che fosse. Infatti, in periodo arcaico, non era il padre che costituiva una dote alla figlia, ma era il pretendente, che, avendola chiesta in sposa, versava al padre un dono, reale o simbolico, e questi poteva passarlo alla sposa, quando non era lo sposo a versare il dono direttamente alla sposa. Il fidanzamento con la presa di pegno e offerta della sposa allo sposo, rappresenta una successiva fase di evoluzione, nella quale incombeva sul padre l'obbligo di costituire una dote e questo obbligo veniva formalmente giustificato con l'atto di offerta della ragazza al suo pretendente. Quindi l'eggýe rappresenta una forma di contratto di matrimonio completamente distaccata dalla tradizione del ratto, ancora viva presso i Dori di Sparta, in quanto l'iniziativa in questo caso spetta al tutore della sposa e quindi tocca a lui darle una dote, mentre, quando il ratto viene sostituito dall'acquisto da parte del pretendente, tocca a quest'ultimo sostituire una donazione all'acquisto stesso. Se, però, la donazione da parte dello sposo, eventualmente anche ridotta a un atto formale, era indispensabile, nella forma attica dell'eggýe il contratto di matrimonio era perfetto anche se la dote non veniva costituita: bastava, infatti, che il pretendente dichiarasse di accettare la ragazza come moglie.

Chi aveva diritto a sposarsi?
Ad un giovane cittadino non era concesso di sposarsi finché il suo nome non era stato inserito nel registro delle tribù (lêxiarchikon grammateion). Una ragazza era obbligata a sposare chiunque il suo kýrios decidesse. Nello scegliere un probabile marito, il kýrios doveva prendere in considerazione fattori politici ed economici. Il matrimonio fra parenti era particolarmente attraente per le famiglie più abbienti dell'Atene del periodo democratico, quando il patrimonio dei ricchi era costantemente depauperato: tali matrimoni davano modo di consolidare le risorse della famiglia, facilitavano gli accordi fra i gruppi che si conoscevano e si fidavano reciprocamente, offrivano ai parenti la priorità nel chiedere la mano della sposa, e prevenivano le imposizioni della legge sull'epiclerato. I divieti di contrarre matrimonio potevano basarsi sulla consanguineità o sulla cittadinanza. Quelli sulla base della consanguineità non erano molto numerosi: un uomo non poteva sposare la propria matrigna o la figliastra, né la suocera o la nuora; con alcune eccezioni non poteva sposare nemmeno la sorella. Il matrimonio con una sorellastra, cioè con una figlia di secondo letto del padre, a volte era ammesso come leggiamo nella Vita di Temistocle di Plutarco. Era comune anche il matrimonio con una nipote; di meno, naturalmente, lo era con una zia, ma non c'era niente che lo proibisse. Il divieto di contrarre matrimonio tra un cittadino e uno straniero appartiene ad un diverso tipo di proibizioni rispetto a quelle basate su motivi di parentela. È, infatti, difficile credere che sia esistito nel primo periodo della storia ateniese (cfr. Hdt. VI 130). Di sicuro fu l'ingente afflusso di stranieri ad Atene ai tempi di Pericle che determinò l'emanazione di una legge più rigida al riguardo, che vietava ad un cittadino di sposare uno straniero (cfr. Plut., Pericl. 37).

Qual era l'età minima per sposarsi?
Nelle condizioni ideali la donna greca si sposava verso i quindici anni, o forse prima, con un uomo verso la trentina: infatti Esiodo ne Le opere e i giorni indica come età opportuna per la donna il quinto anno della pubertà, che dovrebbe collocarsi proprio intorno ai quindici anni. Infatti, la necessità che la sposa fosse vergine e che potesse procreare il maggior numero di figli, rendeva desiderabile un matrimonio precoce. Infatti il marito che si era sposato a trent'anni poteva anche essere morto a quarantacinque, avendo avuto dal matrimonio due o tre figli e lasciando la moglie candidata a nuove nozze. Tuttavia Aristotele e Platone, nelle opere in cui cercano di definire delle legislazioni ideali, innalzano l'età del matrimonio, probabilmente per assicurare la piena maturità dei coniugi ed il loro completo vigore fisico. Aristotele, infatti, nella Politica (Aristot., Pol. 14,6) consiglia i diciotto anni per le donne ed i trentasette per gli uomini, mentre Platone nelle Leggi (Plat., Leg. VI, 785b) stabilisce come limite d'età per il matrimonio da sedici a venti anni per le donne e da trenta a trentacinque per gli uomini. Inoltre è tale l'importanza sociale che il filosofo dell'Accademia attribuisce al matrimonio che in un altro luogo della stessa opera arriva a suggerire di imporre una multa a quel cittadino che fosse ancora celibe a trentacinque anni. Comunque, il fatto che ad Atene gli uomini si sposassero tardi può essere attribuito al dovere di servire nell'esercito per dieci anni, ma pare che fosse anche un espediente per compensare il numero ridotto di donne rispetto alla popolazione maschile. Una giovane vedova, infatti, poteva servire da moglie in un certo numero di matrimoni consecutivi: infatti un marito che stava per morire o era sul punto di divorziare poteva provvedere al futuro matrimonio della moglie.

Bibliografia
Eva Cantarella, L'ambiguo malanno, Milano 1995
M. A. Levi, La Grecia antica, UTET, Torino 1963
Sarah B. Pomeroy, Donne in Atene e a Roma, Torino 1978.
J. P. Vernant, Mito e società nell'antica Grecia, 1974, trad. it. Einaudi, Torino 1980

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