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Il rapporto dei genitori con i figli

I rapporti dei genitori con i figli sono stati modificati con la riforma del diritto di famiglia. In virtù del principio di uguaglianza il padre e la madre esercitano in comune la potestà genitoriale, cioè il potere/dovere di tutelare l’interesse dei figli sia per gli aspetti personali sia per quelli patrimoniali. Tutte le decisioni più importanti circa la cura, l’educazione, l’amministrazione dei beni devono essere prese di comune accordo tra i genitori. Se ci sono conflitti la legge prevede in prima istanza che sia la famiglia stessa, in autonomia, a trovare le soluzioni. Qualora ciò non fosse possibile i genitori possono rivolgersi al giudice affinché suggerisca una soluzione.
Il ruolo del giudice rimane comunque assai marginale e i coniugi possono decidere di non seguire il consiglio.

Per quel che riguarda lo status di figlio, malgrado siano stati fatti tanti passi in avanti per garantire l’uguaglianza, si distingue ancora tra:
  • Figli legittimi, cioè nati in costanza di matrimonio a cui sono equiparati i figli adottivi;
  • Figli naturali, cioè nati da persone non sposate tra loro.
A loro volta questi ultimi si distinguono in:
  • Riconoscibili: quando uno o entrambi i genitori dichiarano che quella persona è il proprio figlio. In questo caso se i genitori si sposano diventano legittimi per susseguente matrimonio;
  • Irriconoscibili, quando i genitori sono legati da un vincolo di parentela (in linea retta all’infinito e in linea collaterale fino al 2°grado) o affinità in linea retta (vale a dire il rapporto che lega il coniuge con i parenti dell’altro coniuge), a meno che non dimostrino che al tempo del concepimento ignorassero la parentela oppure che il matrimonio da cui deriva l’affinità sia dichiarato nullo.
La condizione di figlio legittimo e naturale, tuttavia, è ormai equiparata nonostante permangano queste distinzioni nominali. L’art. 30 della Cost. afferma il principio della responsabilità della procreazione: è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori del matrimonio.
La riforma del 1975 ha dato piena attuazione all’equiparazione. L’art. 279 c.c. riformato ripropone, inoltre, tale obbligo anche nei confronti dei figli non riconoscibili cui, in precedenza, spettava solo un diritto agli alimenti, riconoscendo l’aspetto di relazione oltre a quello economico. Ai giorni nostri operare distinzioni così forti, quali quelle appena viste, sembra veramente un’enormità. Esse non servono a molto e addirittura possono nuocere la sensibilità dei bambini, che rischiano, dietro queste “sigle”, di costruirsi fantasmi e personalità insicure.

Francesca Saudino
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