La Donna nel Mediterraneo
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Tracce di pratiche endogamiche tipiche del passato nell'istituto dell'epiclerato

Alle donne greche, in alcuni rari casi, veniva riconosciuto il diritto di ereditare il patrimonio familiare, sebbene poi non ne diventassero effettivamente proprietarie. Uno di questi casi era quando alla donna si riconosceva la condizione giuridica di eèpi@klhrov, termine che letteralmente significa “erede” o “ereditiera” (da eèpi@ e oè klh@rov, “l’eredità”), ma che in genere nel diritto attico si applicava alla giovane donna che si trovava ad essere l’unica erede del patrimonio familiare perché alla morte del padre non vi erano fratelli maschi eredi legittimi. Secondo la legislazione ateniese, infatti, l’epìcleros diventava l’unica erede, dato che non disponeva di parenti prossimi maschi che potevano diventare suoi tutori (kyrioi). Proprio perché una donna senza tutore veniva considerata a rischio, la legge prevedeva la possibilità che l’eèpi@klhrov passasse, insieme all’eredità che ormai le era associata, lei stessa sotto la tutela del parente più prossimo, ma solo se questi fosse riuscito ad ottenere dall’arconte e dal tribunale competente la facoltà di unirsi in matrimonio con la ragazza; se questa condizione si realizzava, il patrimonio ereditato dalla donna rimaneva di fatto all’interno della stessa famiglia e poteva venire trasmesso ai figli nati da quella unione, quando questi raggiungevano l’età adulta. Nella prassi, quindi, era consuetudine che la donna ereditiera, orfana di padre privo di discendenza maschile, era tenuta a sposare il parente più prossimo al padre, che nella maggior parte dei casi attestati era lo zio paterno.

Dalle attestazioni che ci sono pervenute, tra le quali un passo significativo della Vita di Solone di Plutarco (20, 1-6), sembra che la figura dell'epìcleros fosse nota e diffusa fin dall'epoca di Solone, se è attendibile la notizia secondo cui per sua iniziativa vennero garantiti con due leggi i diritti della donna ereditiera: con la prima si stabiliva che al parente più stretto dell'epìclera indigente fosse imposto dall'autorità di procurarle i mezzi per costituire una dote che le garantisse un matrimonio con esponenti di famiglie degne se non benestanti. Con la seconda venne tutelata l'epìclera ricca che sposata per interesse non godesse delle dovute attenzioni del marito, che era tenuto ad avere con la moglie almeno tre rapporti sessuali al mese.

L’epiclerato si consolidò sempre di più in epoca classica fino a diventare un vero e proprio istituto previsto dalla legge, con la conseguenza che finì per entrare in collisione con il sistema matrimoniale, almeno con quello più diffuso, che prevedeva unioni tra appartenenti a famiglie diverse; l'epiclerato, infatti, traeva origine da una pratica matrimoniale di tipo endogamico (éndon, “dentro” e gàmos “matrimonio”), che si realizzava, cioè, attraverso l’unione di due parenti, l'epìclera e il parente che si aggiudicava legalmente la mano della donna, in una fase storica, invece, in cui la tendenza dominante era appunto quella esogamica (èxo, “fuori” e gàmos, “matrimonio”), in cui le unioni si realizzavano tra appartenenti a famiglie diverse.

Secondo alcuni studiosi questa pratica conserverebbe le tracce di una fase più antica, forse persino proto-storica, in cui le unioni matrimoniali si realizzavano generalmente secondo modalità endogamiche. Probabilmente in questa prospettiva andrebbero inquadrate le testimonianze, tanto numerose nella leggenda greca, di unioni all’interno della stessa famiglia e di matrimoni tra parenti molto stretti, o di scambi tra fratelli delle loro figlie.

Apollodoro ( I, 9, 8, 11), racconta, ad esempio, la storia di Creteo, fratello di Salmoneo, che allevò la figlia di suo fratello, la sposò e generò con lei i figli Ferete e Amitaone, il quale a sua volta diventò marito della figlia del fratello Ferete. In questo racconto mitico, come in molti altri, possiamo forse intravedere i presupposti mitici di quello che divenne un fenomeno giuridico e sociale in età classica e che affonderebbe le sue radici nelle pratiche proprie dell’aristocrazia arcaica: la donna, considerata come un bene prezioso, conferiva prestigio e valore allo sposo e alla sua famiglia, ma se questi non era in grado di scambiare il “bene” della donna con doni altrettanto vantaggiosi o non riusciva ad eguagliarla nel rango sociale, allora la famiglia della donna preferiva tenerla al proprio interno.

Una simile tendenza, ancora vitale in età classica, può essere interpretata come il segnale di una crisi dell’istituzione matrimoniale di tipo esogamico -o comunque una sua defaillance- perché, mentre in condizioni normali l'unione matrimoniale si realizzava attraverso il meccanismo della circolazione e dello scambio di doni (la donna e la dote), quando una famiglia di ceto elevato si trovava di fronte alla eventualità di dare in matrimonio le proprie figlie ad appartenenti a classi inferiori, il gruppo familiare preferiva, in un certo senso, ripiegarsi su se stesso e consumare le unioni al proprio interno, pur di conservare intatto il patrimonio.

Il quadro che si ricava dalle testimonianze sul matrimonio greco è quindi piuttosto complesso, in quanto pratiche tipiche del passato, seppure trasformate, mantengono alcuni prolungamenti in età classica; una prova di questo continuo intrecciarsi tra passato e presente, tra tendenze endogamiche e esogamiche, è data anche dal vincolo che univa la donna sposata alla propria famiglia d’origine, tanto che il padre aveva la prerogativa di riprendersi la figlia e di dissolvere il matrimonio di propria iniziativa in alcune circostanze previste dalla legge.

Molte informazioni sull’epiclerato ci vengono dai testi degli oratori ed in particolare dalle orazioni civili di Iseo, che ha trattato cause per eredità; così nella Successione di Aristarco (4-5), l’epìcleros in questione è la madre dello stesso oratore: “Aristarco…sposò la figlia di Xenainetos, da cui ebbe Kyronides, Demochares, mia madre ed un’altra figlia. Kyronides …è passato per adozione ad un’altra famiglia, cosicché ha perso il diritto di ereditare il patrimonio della sua famiglia d’origine. Quando Aristarco morì, Demochares fu riconosciuto suo erede, ma morì ancora fanciullo come anche l’altra sorella, e così mia madre divenne erede universale con il titolo di epìcleros. In origine tutta questa fortuna apparteneva a mia madre e con la sua fortuna era conveniente che sposasse il suo parente più prossimo, ma fu trattata in modo indegno. Aristomene, infatti, che era fratello di Aristarco e quindi zio paterno e che aveva un figlio e una figlia, non volle sposarla né farla sposare a suo figlio facendogli aggiudicare l’eredità (meta# tou^ klh@rou eèpidika@sasqai), ma fece sposare sua figlia a Kyronides…” e da questo fatto derivarono le complicazioni sulla successione che Iseo si impegna a chiarire con la sua orazione.

Vanessa Ghionzoli
Centro di Studi antropologici sulla cultura antica
Università degli Studi di Siena
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