La Donna nel Mediterraneo
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La dote

Tra gli aspetti giuridici più interessanti del matrimonio romano vi era sicuramente l’istituto della dote (dos), che consisteva in una certa quantità di beni che la famiglia della donna attribuiva al marito, in occasione del matrimonio. Gli antichi riconducevano il vocabolo “dos” sia al verbo “dare , sia al sostantivo “donum”, come fa Varrone , che però, rapporta la voce dos anche al greco dwti@nh (dotíne). Ed è significativo che questo vocabolo, come ha dimostrato il linguista francese E. Benveniste, non indica il dono disinteressato, bensì «un dono in quanto prestazione contrattuale, imposta dagli obblighi di un patto, di un’alleanza, di un’amicizia, di un’ospitalità»E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, ed. ital., Torino 1976, p. 50.. Risalente al primo periodo repubblicano e presente, quindi, già nel matrimonium cum manu, in questa prima fase l’istituto della dote aveva probabilmente due finalità: da un lato serviva a compensare la donna, che, rompendo ogni rapporto giuridico col gruppo d’origine, subiva la perdita di ogni diritto ereditario, dall’altro costituiva un contributo per il suo mantenimento nella casa maritale. Con l’avvento del matrimonium sine manu, l’istituto dotale rimase in vigore come contributo che la donna portava al marito per sostenere le spese familiari (ad onera matrimonii ferenda) e anzi, si affermò sempre più fino a diventare un aspetto fondamentale del matrimonio. Infatti, pur non essendo necessaria per la validità di quest’ultimo, la dote era, comunque, l’elemento che consentiva di distinguere con maggior certezza il matrimonio da un’unione paramatrimoniale quale, ad esempio, il concubinato. Una ricca dote, inoltre, costituiva per la donna e la sua famiglia un segno di grande prestigio sociale.
Alcune fonti, a questo proposito, c’informano che, in età imperiale, la dote raggiunse livelli considerevoli, arrivando, in taluni casi, all’ingente cifra di un milione di sesterzi.
Se con il matrimonium cum manu, la dote non restava di proprietà della donna, ma confluiva negli averi del marito, tuttavia, partire dagli ultimi secoli della Repubblica, si affermò, a tutela della donna, la norma in base alla quale il marito, in caso di scioglimento del matrimonio, doveva comunque restituire la dote alla moglie, conservandone, eventualmente solo una parte, come contributo al mantenimento dei figli (retentio propter liberos) o come indennizzo nel caso di atti di malcostume compiuti dalla ex-consorte (retentio propter mores). Il principio di restituzione della dote si affermò ben presto a tal punto da essere stabilito che, in caso di morte del vir, la restituzione della dote era un obbligo che spettava ai suoi eredi.

Bibliografia
  • A. Guarino, Diritto privato romano, Napoli 2001.
  • S. B. Pomeroy, Donne in Atene e Roma, Torino 1978.


Rosaria Luzzi



E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, ed. ital., Torino 1976, p. 50.
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