La Donna nel Mediterraneo
Editoriale
- L'istituto del matrimonio
le storie La storia
le storie Luoghi e popoli
le storie Le Parole
le storie Le storie
le storie Cronaca
- Immagini
legislazione Legislazione italiana
- Opinioni
- Materiale didattico
La dote o proix (proi@x)

Il corredo della sposa
Reggio Calabria
Museo Nazionale della Magna Grecia
Pinax raffigurante Persefone
Nella Grecia antica tutte le ragazze che si sposavano portavano una dote “diretta” (sostanze fornite dalla famiglia della sposa), o “indiretta” (regali che venivano donati sia alla sposa stessa che al padre, il quale poi li consegnava alla figlia). La dote diretta, per la figlia, costituiva sicuramente una parte dell’eredità donata in maniera anticipata, anche se, in alcune città, le giovani che avevano un fratello non avevano alcun diritto sul patrimonio del padre alla morte di quest’ultimo. Nelle città come Atene e Delo, la dote non era riconosciuta come parte dell’eredità né dalla legge né dai singoli e, di conseguenza, la parte di patrimonio accordata alla giovane dipendeva dalla disponibilità del padre o del fratello. A volte, la città stessa giudicava giusto fornire la dote alle figlie e alle discendenti di quelli tra suoi membri ai quali doveva una riconoscenza particolare: i grandi benefattori e i morti per la patria. L’ammontare di una dote diretta, in generale, dipendeva da quattro elementi: la fortuna di colui che costituiva la dote e la natura di questa fortuna; il numero di fratelli e sorelle; la parte di patrimonio che era di solito accordato alla figlia nel gruppo sociale al quale apparteneva la famiglia; i rapporti esistenti tra i beni donati alla figlia al momento del matrimonio e quelli che ella riceveva alla morte del padre.
Gli elementi che costituivano la dote erano:
  • Denaro
  • Corredo: vestiti, gioielli, mobili, oggetti vari. I corredi delle spose erano composti solitamente da oggetti di uso corrente per la donna e la casa, e oggetti di pregio il cui uso era limitato o nullo: gli uni erano destinati ad essere utilizzati, gli altri ad essere mostrati o conservati.
  • Schiavi. Il dono di uno o più schiavi alla figlia nel giorno del suo matrimonio implicava un certo agio della famiglia della sposa.
Costituita da beni mobili, il più delle volte di numerario il cui tasso era fissato dinnanzi a testimoni, la dote era consegnata al marito, ma restava legata alla giovane e la seguiva nella sua “carriera” matrimoniale come una specie di legame con la famiglia d’origine. Essa doveva restare intatta per tutta la vita della donna ed essere usata per il suo mantenimento; né il padre, né il tutore, né il marito o la donna stessa potevano disporne legalmente. Con il matrimonio la dote passava dall’amministrazione del padre a quella dello sposo: questi poteva usare il capitale ma era tenuto a mantenere la moglie con gli interessi fruttati dalla dote, computati al 18 percento annuo. In caso di divorzio il marito era tenuto a restituire la dote al tutore dell’ex moglie, oppure a pagare l’interesse del 18 per cento. In tal modo si continuava a provvedere al suo mantenimento e, con la dote intatta, ella sarebbe stata un buon partito per un nuovo matrimonio.

Bibliografia
  • U. E. Paoli, Diritto attico, s.v. Famiglia in Novissimo Digesto Italiano, 1961, VII, pp.38s.


Diva Di Nanni
Fabiana Esposito
Soluzioni informatiche Sibilla NetSibilla Net